Archivio mensile maggio 2018

Le nuove frontiere del mercato dell’energia

Il tema dell’energia, in particolare lo sviluppo e l’implementazione delle rinnovabili, sta fornendo numerosi spunti di discussione per tutti gli esperti del settore.

Negli ultimi mesi, grazie alla spinta comunitaria e, di riflesso, quella nazionale, si sta riattivando un intenso dibattito in materia di energie rinnovabili.

Sono, in particolare, le prospettive future del mercato dell’energia a tenere banco.

Lo scopo delle discussioni in corso non è semplicemente quello di fotografare le tendenze in atto, bensì, soprattutto, quello di concorrere a informare i diversi operatori su tematiche di cui, a oggi, si parla ancora molto poco e, grazie a ciò, partecipare al cambiamento energetico.

Con il presente approfondimento, quindi, riepilogando brevemente alcuni aspetti già trattati in passati contributi, si intende, per quanto possibile, concorrere attivamente a una tale transizione.

È doveroso, in primo luogo, accennare brevemente ai due documenti, uno di matrice comunitaria (Clean energy package) e uno nazionale (SEN 2017), che costituiscono le “Stelle Polari” del futuro percorso energetico intrapreso, non solo dall’Italia, ma, più in generale, da tutti i Paesi membri dell’Unione Europea.

Il Clean energy package (per una sintesi si rinvia al seguente link: http://www.assorinnovabili.it/public/sitoaper/FontiRinnovabili/paper/2017/Sintesi_aR_winter_package_def.pdf) si sostanzia in un pacchetto di proposte legislative presentate a fine 2016 dalla Commissione Europea, il cui spirito è di guidare la produzione energetica verso gli obiettivi 2030 di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, di efficienza energetica e diffusione delle rinnovabili.

In tale ottica, va poi collocata la SEN 2017-2030, ossia la “Strategia Energetica Nazionale” adottata dal Governo italiano lo scorso novembre. Tale documento, in particolare, sancisce una serie di obiettivi che, espressione delle politiche comunitarie, dovranno essere implementati nel nostro ordinamento entro il 2030.

Si ricorda, a esempio, che tra le azioni irrinunciabili delineate dalla Strategia vi sono lo sviluppo delle rinnovabili (su tutte, quelle elettriche), l’impegno politico alla de-carbonizzazione del sistema energetico entro il 2025 e iniziative volte a migliorare efficienza e sicurezza energetica del nostro Pese.

Ebbene, a fronte di tali ambiziosi obiettivi (va ricordato, per la verità, che alcuni operatori del settore lamentano che si “potrebbe fare di più”), ci si è iniziati a interrogare su quali strumenti impiegare per poterli realizzare.

Non v’è dubbio che, in questa prima fase, si sia iniziato a guardare altrove, analizzando e approfondendo alcuni modelli, attualmente sconosciuti o di scarsa applicazione nel nostro sistema, che, come spesso capita, hanno già conosciuto un positivo riscontro in altri Stati dell’Unione Europea.

E infatti, è lo stesso Clean energy package a spingere verso nuove configurazioni dei mercati energetici; nello specifico, essendo stato posto al centro dell’intera struttura il concetto di autoconsumo, si potrebbe sintetizzare che, in futuro, se la svolta dovesse realmente verificarsi, saremo tutti auto-consumatori.

In altre parole, il nuovo assetto dovrebbe caratterizzarsi per il superamento di un mercato accentrato e controllato da poche compagnie elettriche, a favore di una generazione orizzontale, in cui vi sarà un’interazione sempre più forte e diretta tra produttori e consumatori diffusi sul territorio.

A sostegno di ciò, le linee guida del Clean energy package non solo premono per l’eliminazione di oneri e procedure che non siano cost-reflective, ma anche per la nascita di un mercato energetico i cui prezzi non siano più imposti “dall’alto”, bensì vengano liberamente determinati dall’incontro di domanda e offerta.

Grazie a questa visione innovativa, dunque, stanno iniziando ad affermarsi nuove figure in campo energetico: ci si riferisce, in particolare, ai prosumer.

Ebbene, il prosumer è un cliente attivo che consuma energia (la può comprare da solo o in gruppo), la auto-produce all’interno di un’area geografica limitata e può anche accumularla e venderla, a condizione che ciò non sfoci nella sua attività economica principale.

Si precisa, infine, che il prosumer può avere una configurazione tanto individuale quanto collettiva.

Quest’ultima, diffusa prevalentemente all’estero, dove in molti Paesi sta prendendo piede il modello del cd. “condominio elettrico”, in Italia fa molta fatica a imporsi a causa della normativa presente.

Infatti, attualmente, l’unica configurazione possibile è la cd. “one to one”, nel senso che un solo impianto può alimentare una sola utenza; si è, quindi, ben lontani dal dare una soluzione definitiva alla cd. “questione dello sblocco dei sistemi di distribuzione chiusi”, forse anche perché, dicono alcuni esperti, sono ancora eccessivamente sottovalutate le implicazioni positive derivanti dalla condivisione dell’energia generata da un impianto, preferibilmente a fonte rinnovabile, da più utenze di una stessa area.

Sennonché, grazie alla SEN e ad alcune recenti delibere di ARERA, si sta timidamente verificando anche l’apertura verso configurazioni “one to many”, ovvero verso sistemi di distribuzione multiutente, a condizione che non si tratti di utenze domestiche (a esempio, in un centro commerciale oppure zone industriali).

Tale assetto, tuttavia, dovrà parallelamente essere accompagnato da un adeguato sviluppo dei cd. aggregatori, ossia coloro che accorpano l’energia prodotta o consumata da più utenti della rete, con ciò consentendo a tutte quelle utenze che non hanno la possibilità di partecipare al mercato del dispacciamento (perché, ovviamente, incapaci da sole di mobilitare volumi sufficienti di energia), di prendervi parte in quanto aggregate.

Ritornando per un attimo al modello “one to one”, tre sono le modalità essenziali attraverso cui può essere fatto autoconsumo: in primo luogo, il prosumer può essere, al contempo, sia proprietario che gestore dell’impianto. In tal caso, le eccedenze saranno vendute alla rete da quest’ultimo; ancora, l’impianto può essere concesso in locazione operativa dall’investitore o dall’impiantista al prosumer, a cui spetterà di vendere le eccedenze; infine, il prosumer può concedere all’investitore o all’impiantista, a esempio, il tetto per la realizzazione dell’impianto. Sarà l’impiantista (o l’investitore) a vendere l’energia al prosumer (a un prezzo più basso di quella di rete) e, per quanto riguarda la vendita dell’eccedenza, questa avverrà conformemente al contenuto dell’accordo intercorso tra le parti.

Auspicando, per il futuro, una maggiore diffusione del cd. autoconsumo collettivo (ossia delle cd. energy communities), rendendo così effettive nel nostro sistema le linee guida del Clean energy package, va ricordato che fare autoconsumo in Italia è, a oggi, considerato comunque molto vantaggioso: infatti, oltre a non dovere, in tal caso, prelevare energia dalla rete, si consideri, altresì, che l’energia auto-consumata non è soggetta al pagamento di oneri di sistema e dispacciamento in componente variabile, oneri di trasmissione e diffusione in componente variabile e, se produttore e consumatore coincidono, accise.

A tal proposito, tra le novità positive in materia di autoconsumo, non può, infine, non essere menzionata la riforma delle tariffe non domestiche, avvenuta nel dicembre 2017 (con delibere 922 e 923/2017 di ARERA), con la quale si è stabilito che parte prevalente degli oneri di sistema rimane legata alla componente variabile (quella correlata al consumo) della bolletta e, quindi, di fatto, vi è l’esenzione (del pagamento) per la parte dell’energia auto-consumata.

Avv. Romina Zanvettor

Dott. Marco De Nadai

Le nuove frontiere del mercato dell’energia

SGA: inoltrata la prima missiva ai risparmiatori traditi e “incagliati” con linee di credito

Purtroppo è arrivata.

Questa (http://www.rzlex.it/wp-content/uploads/2018/05/S.G.A.-1.pdf) è la comunicazione che, da qualche settimana, anche i risparmiatori “traditi” dalle ex popolari venete, permasti titolari di rapporti di finanziamento con gli stessi Istituti, si vedono recapitare in cassetta.

La formalizzazione della cessione dei Commissari Liquidatori di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca a SGA (Società per la Gestione di Attività S.p.a.) dei crediti classificati deteriorati alla data di avvio delle liquidazioni (25 giugno 2017), ovverosia quelli qualificati o qualificabili “in sofferenza”, “unlikely to pay” o “past due”, non transitati in Intesa Sanpaolo S.p.a., è avvenuta l’11 aprile 2018.

E la società non ha certo tardato ad attivarsi.

Con la lettera in questione la mittente ha formalmente comunicato la cessione dei suddetti crediti, “con finalità di realizzo e valorizzazione di un complesso di crediti e altri attivi di problematica recuperabilità originariamente di titolarità della ….. Cedente”, addirittura indicando un numero IBAN, presso cui effettuare spontanei pagamenti.

Al ricevimento della corrispondenza si è generato allarme tra gli ex clienti.

Tuttavia, da un raffronto tra le lettere ricevute tramite posta ordinaria, si evince senza alcun dubbio che si tratta, per ora, di circolari ciclostile, dall’identico tenore letterale, prive di data certa e di valenza legale.

Pertanto, non può non notarsi l’assoluta genericità e indeterminatezza del testo, dal momento che ivi, tra le altre, si parla di presunte “esposizioni debitorie”, senza precisare nemmeno a quanto ammonti l’asserito credito vantato e senza specificare quali posizioni esattamente siano incluse nell’operata cessione.

La domanda che ora si pongono i destinatari è: che fare?

Certamente il primo passo è riscontrare le missive, laddove i crediti in questione siano funzionalmente collegati alle operazioni di commercializzazione di azioni o obbligazioni delle due Banche, contestando la cessione del rapporto, che non deve considerarsi affidato a SGA S.p.a., per espressa previsione dell’art. 1 del Decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze n. 221 del 22 febbraio 2018. Tali crediti, infatti, sono rimasti di titolarità di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca in LCA. Inoltre, in risposta, è importante formulare la domanda di compensazione tra le parti, con la quale si chiede di estinguere le reciproche posizioni dare/avere.

Se avete ricevuto questa comunicazione da SGA S.p.a. o altra corrispondenza e interessati, Vi invitiamo a contattare lo Studio Legale scrivente per replicare prontamente a quanto richiestoVi dalla società.

Avv. Romina Zanvettor

Avv. Alessandra Tagliapietra

SGA: inoltrata la prima missiva ai risparmiatori traditi e “incagliati” con linee di credito

Il caso del mese: vessatorieta’ delle clausole contenute nell’appendice di un contratto di Leasing finanziario

Il fatto: una società di gestione di impianti per l’energia alternativa, che chiameremo Alfa, ha sottoscritto un contratto di locazione finanziaria a tasso variabile con Beta, società di locazione finanziaria, per l’acquisto di un impianto fotovoltaico. In una delle Appendici del contratto, nemmeno firmata, è stata anche inserita una clausola limitativa di indicizzazione, che prevede il ricalcolo in diminuzione sino a un massimo di tre punti percentuali rispetto all’indice base di riferimento.

Ebbene, mentre nel primo periodo la società Beta provvede, attraverso note di credito, a restituire ad Alfa interamente le somme totali risultanti dalla variazione % del tasso Euribor, dopo un anno circa, la società concedente inizia, sulla scorta della clausola summenzionata, a ricalcolare in diminuzione fino a un massimo di 3 punti percentuali, trattenendo, pertanto, una percentuale della variazione del tasso Euribor.

A seguito di una verifica, Alfa apprende di tale situazione e si avvede che, per effetto dell’appilcazione di questa clausola, Beta ha trattenuto, per mancato rimborso per indicizzazione del tasso d’interesse sopra i 3 punti percentuali, una ingente somma.

Come può tutelarsi Alfa?

Le contestazioni in diritto sono tre.

1) Mancanza di sottoscrizione dell’Appendice del contratto di locazione finanziaria.

Il contratto va considerato in ogni sua parte e, quindi, si deve tenere conto anche delle condizioni generali e degli allegati che formano l’insieme unitario dello stesso. In particolare, per “allegato” o “appendice” costituente parte integrante del testo principale, si intende ogni documento che non assume il ruolo di mero dettaglio rispetto al contenuto principale, ma, anzi, diviene esso stesso una scrittura principale collegata al primo da un rapporto di interdipendenza. In questo caso, dunque, il testo contrattuale va valutato nella sua interezza.

Nei contratti formali, ogni parte del contratto complessivo e quindi anche la sua appendice, deve rivestire la medesima forma prevista ex lege per il contenuto principale collegato e, nel caso in cui difetti del requisito suddetto richiesto, non può che ritenersi nulla.

Sebbene il contratto di locazione finanziaria (c.d. “leasing”) non sia di per sè soggetto a speciali vincoli formali, la necessità di adottare la forma scritta ad substantiam si palesa in relazione allo specifico oggetto della negoziazione, in combinazione con l’aspetto relativo alla durata: in tali casi dovrà applicarsi la regola generale dei contratti di locazione di cui al n. 8 dell’art. 1350 c.c., dovendo, per l’effetto, essere stipulato per iscritto a pena di nullità e anche i pedissequi allegati seguiranno la medesima fattezza.

Nel caso in esame, quindi, l’Appendice del contratto di locazione finanziaria, contenente la clausola di indicizzazione oggetto della vertenza, non essendo stata sottoscritta da Alfa, non attesta validamente la volontà delle parti di aderire e assoggettarsi alle indicazioni ivi contenute e va considerata nulla.

2) Vessatorietà/onerosità della clausola dell’Appendice. 

In ogni caso, la clausola appare notevolmente onerosa per Alfa, potendo la stessa agilmente rientrare nella categoria delle clausole vessatorie. http://www.altalex.com/tag/clausole-vessatorie

La disciplina generale delle clausole c.d. “vessatorie” è prevista dagli artt. 1341 e 1342 c.c. In particolare l’art. 1341, comma 2, c.c., dispone che “in ogni caso non hanno effetto, se non sono specificamente approvate per iscritto, le condizioni che stabiliscono, a favore di colui che le ha predisposte, limitazioni di responsabilità, facoltà di recedere dal contratto o di sospenderne l’esecuzione, ovvero sanciscono a carico dell’altro contraente decadenze, limitazioni alla facoltà di opporre eccezioni, restrizioni alla libertà contrattuale nei rapporti coi terzi, tacita proroga o rinnovazione del contratto, clausole compromissorie o deroghe alla competenza dell’autorità giudiziaria“.

La crescente diffusione dei c.d. “contratti per adesionem”, generalmente stipulati con soggetti che offrono i propri servizi a condizioni predeterminate su moduli o formulari, a cui l’altro contraente si limita ad aderire automaticamente mediante una sottoscrizione, ha spinto il legislatore a cercare di sanare questo squilibrio, prevedendo una maggiore tutela nei confronti della parte più debole contrattualmente, soprattutto in considerazione di queste clausole.

Nel caso che ci occupa, l’accordo negoziale tra Alfa e Beta, è stato certamente formalizzato con la modalità sopra descritta, poiché è stato predisposto unilateralmente dalla seconda e Alfa non ha negoziato alcunchè. A nulla rileva che tra le parti sia stato pattuito un indice preciso di riferimento,  dal momento che essa consistite in una mera osservazione di prassi contrattuali delle locazioni finanziarie, ovverosia l’utilizzo, quale indice base di riferimento, l’Euribor/360 3 MESI media del mese precedente.

Infatti, come la Cassazione ha avuto modo di affermare in plurime occasioni: “la predisposizione dell’intero testo contrattuale con clausole uniformi per una pluralità considerevole di rapporti ad opera della parte dominante integra gli estremi della fattispecie disciplinata dall’art. 1342 c.c. dal quale si richiede, per rinvio recettizio al comma 2 dell’art. 1341 c.c., la specifica approvazione per iscritto delle clausole vessatorie”(Cass. Civ., n. 3669/1999). E ancora occorre che “le condizioni generali siano determinate, mediante appositi strumenti (moduli o formulari) in vista dell’utilizzazione per una serie indefinita di rapporti  senza che all’altro contraente sia utilmente consentito di richiedere ed apportare eventuali modifiche” (cfr Cass. n. 3184/2006 e n. 4241/2003).

Non vi è dubbio alcuno, inoltre, che la clausola in essa contenuta, prevedendo un conguaglio della variazione del parametro Euribor fermo a un massimo di tre punti percentuali, determini un forte squilibrio economico tra le parti.

Affinchè una clausola contrattuale possa considerarsi vessatoria o onerosa, infatti, deve comportare l’alterazione del sinallagma contrattuale ed essere riconducibile alle ipotesi di vessatorietà previste dal codice. Sono, cioè, tali quelle clausole contrattuali determinanti uno squilibrio di diritti e obblighi tra i soggetti del contratto.

Sebbene l’art. 1341 c.c., comma 2, abbia carattere tassativo, è ammessa l’interpretazione estensiva per tali categorie, “purchè l’ipotesi non espressamente prevista in detta norma sia accomunata a quelle contemplate dalla medesima ratio, cioè dall’esigenza di tutela del contraente in situazioni per lui sfavorevoli” (ex pluribus: Cass. n. 8062/1987; Cass. n. 14038/2013, Cass. n. 11757/2006, Cass. n. 9646/2006).

Alla luce di ciò, è evidente che il ricalcolo in diminuzione fino a un massimo di tre punti percentuali sia eccessivamente oneroso per Alfa, atteso che, in occasione della sua applicazione, la medesima società si è vista trattenere ingiustificatamente somme elevate.

La nullità di tale clausola, in sostanza, deriva dalla mancanza di bilateralità nella distribuzione del rischio della variazione del costo del denaro: tale clausola realizza un trasferimento senza alcun limite ad Alfa degli andamenti sfavorevoli del mercato, garantendo, per contro, a Beta un indice di redditività dell’operazione derogabile solo e sempre in melius.

3) Mancata specifica approvazione per iscritto e conseguente nullità.

Per poter essere considerate valide e vincolanti nei confronti dell’altro contraente, poi, le clausole vessatorie/onerose abbisognano di una specifica approvazione scritta, a pena di nullità, che attesti la consapevolezza e la volontà della parte contrattualmente debole di assumere un obbligo oggettivamente gravoso: esse, infatti, devono essere tenute distinte dalle altre clausole ed essere indicate precisamente per suscitare l’idonea attenzione del sottoscrittore, non potendo nemmeno ritenersi sufficiente la loro elencazione numerica cumulativa (cfr. Cass. Civ., n. 9492/2012; Cass. Civ., n. 16417/2009; Cass. Civ., n. 4452/2006).

Costituisce, infatti, ormai ius receptum nella giurisprudenza di legittimità il principio secondo cui l’adempimento della specifica approvazione per iscritto delle clausole vessatorie può dirsi assolto solamente in presenza di approvazione specifica, autonoma e distinta dalle altre condizioni contrattuali, che permettano di porre l’attenzione del contraente verso il significato di siffatte clausole a lui sfavorevoli (cfr. Cass. Civ., n. 2970/2012).

Tale esigenza è soddisfatta, in sostanza, quando le modalità poste in essere non rendono difficoltosa la selezione e la conoscenza da parte del sottoscrittore delle clausole suddette e quando le tecniche redazionali scelte risultano idonee a far intendere a questi l’esatto significato di ciò che è chiamato a sottoscrivere.

Nel caso di specie, l’accordo negoziale predisposto unilateralmente da Beta avrebbe dovuto recare la specifica indicazione e sottoscrizione della clausola vessatoria contenuta all’Appendice, in ossequio al disposto dell’art. 1341, comma 2 c.c.. L’assenza del suddetto requisito la rende irrimediabilmente nulla, con conseguente restituzione ad Alfa di quanto indebitamente trattenuto negli anni dalla Beta.

Avv. Romina Zanvettor

Avv. Alessandra Tagliapietra

Il caso del mese: vessatorieta’ delle clausole contenute nell’appendice di un contratto di Leasing finanziario

Consiglio di Stato: al GSE è precluso il controllo sulla legittimità delle autorizzazioni

La sentenza del Consiglio di Stato n. 2859 del 14 maggio 2018 ha riformato la pronuncia del TAR – Lazio che, tra le prerogative del GSE, vi ha fatto rientrare anche il potere – dovere di svolgere controlli sulla legittimità dei titoli autorizzativi rilasciati da altre Amministrazioni o enti, per la realizzazione di impianti FER.

Nello specifico, il verdetto del Consiglio di Stato (per una lettura integrale si rinvia a: http://qualenergia.it/pro/wp-content/uploads/2018/05/Sentenza_2859_18_autorizzazioni_Gse.pdf)

ha tratto origine dal ricorso di una società operante nel settore delle rinnovabili, con cui è stato chiesto ai Giudici del TAR di porre nel nulla il provvedimento del GSE che ha negato a un impianto eolico (di titolarità della società ricorrente) il riconoscimento della qualifica di IAFR (impianto alimentato da fonti rinnovabili), necessaria per poter accedere agli incentivi statali a esso dedicati.

Ciò, sul presupposto della inidoneità del titolo autorizzativo rilasciato dal Comune.

Infatti, a dire del Gestore, nel caso di specie, il quadro normativo avrebbe imposto di procedere con l’Autorizzazione Unica e non tramite D.I.A..

In primo grado, lo si è già anticipato, i Giudici del TAR hanno respinto il ricorso, ritenendo esistente, in capo al GSE, il potere-dovere di sindacare la legittimità dei titoli autorizzativi rilasciati da altre Amministrazioni o enti.

I Giudici di Palazzo Spada, invece, nel considerare fondato l’appello proposto, hanno chiarito diversamente l’assetto dei poteri attribuiti al Gestore dalla normativa di riferimento.

Invero, secondo l’interpretazione del Consiglio di Stato, il GSE deve limitarsi a un controllo di natura meramente formale; in altre parole, deve solamente verificare l’esistenza del titolo.

Viceversa, si legge nella sentenza, ammettendo che il GSE possa operare anche un controllo di legittimità, si giungerebbe alla conclusione (incostituzionale!) secondo cui il Gestore sarebbe Amministrazione sovraordinata rispetto a tutte quelle che concorrono a rilasciare i titoli necessari per l’ammissione alle tariffe incentivanti.

Quindi, secondo il Consiglio di Stato, in caso di dubbio sulla legittimità di un atto rilasciato da altra Amministrazione, il GSE, interloquendo con quest’ultima, può, al massimo, invitarla a esercitare i propri poteri di controllo e, da ultimo, prendere atto dell’esito degli accertamenti da essa effettuati.

Avv. Romina Zanvettor

Dott. Marco De Nadai

Consiglio di Stato: al GSE è precluso il controllo sulla legittimità delle autorizzazioni

SEN 2017-2030: gli spunti in discussione per il perseguimento degli obiettivi

La Strategia Energetica Nazionale, entrata in vigore lo scorso novembre, è più che mai al centro del dibattito degli esperti del settore.

In particolare, si è sottolineato che gli obiettivi delineati dalla SEN (si pensi, tra i tanti, al solo impegno politico di dismettere le centrali alimentate a carbone al 2025) non sarebbero accompagnati da strumenti idonei a una loro adeguata implementazione entro il 2030.

E, infatti, per quanto concerne l’ambito del fotovoltaico, se è vero che l’Italia è uno dei primi Paesi europei per sviluppo e diffusione di tale tecnologia è parimenti vero che, all’attuale tasso di crescita, non verranno mai raggiunti i target prefissati senza l’accompagnamento di politiche ambiziose e innovative.

Sul punto, molte osservazioni (per un approfondimento del tema si rinvia al seguente link: http://www.solareb2b.it/wp-content/uploads/2018/05/decreto_FER_Italia_Solare.pdf) sono state portate all’attenzione degli organi competenti (Governo, Arera e Gse) in merito al cd. Decreto Fer, non ancora definitivamente approvato, il quale dovrebbe dare una spinta decisiva, nel prossimo futuro, allo sviluppo della produzione di energia da fonti rinnovabili nel nostro Paese.

A esempio, è stata sottolineata l’assoluta carenza del Decreto in materia di autoconsumo e mobilità elettrica, considerato che non sono stati previsti premi specifici per questi due “meccanismi”.

Ancora, è stata aspramente criticata la mancata previsione, nel Decreto medesimo, di strumenti incentivanti per la rimozione e bonifica dell’amianto.

Da ultimo, per quanto riguarda il tema delle aree agricole, si è chiesto di far rientrare i capannoni agricoli nella lista dei “siti” ove poter installare impianti fotovoltaici incentivati, nonché di individuare, tra le aree agricole, quelle prive di alcuna potenzialità produttiva, quindi tali da poter essere “occupate” da impianti fotovoltaici o altre fonti di produzione di energia pulita, senza perciò compromettere la filiera agro-alimentare.

Le critiche al Decreto Fer, cui si è brevemente accennato, rappresentano soltanto una parte del dialogo in atto, in questi mesi, sulle rinnovabili.

Molti operatori del settore hanno posto l’accento sulla necessità di diffondere, anche nel nostro ordinamento, alcuni strumenti (autoconsumo collettivo, PPA e aggregatori) che, in altri Paesi, sono già stati (sia pure con divergenze di regolamentazione) testati positivamente.

Ciò, in coerenza con la normativa comunitaria del settore (Clean Energy Package) che, senza ombra di dubbio, valorizza, in ottica futura, l’autoconsumo di energia ed il ruolo attivo dei consumatori di energia sui mercati.

Alla luce di questi punti cardine stanno emergendo nuove figure in campo energetico; di particolare rilievo è quella del “prosumer”, ossia colui che, al tempo stesso, è produttore e consumatore di energia.

Questa tendenza in atto, spingendo verso il superamento del vecchio paradigma di mercato, accentrato e controllato da poche grandi compagnie energetiche, ha delineato il solco verso una generazione elettrica “distribuita” e “policentrica”.

Espressione di un tanto è il caso dell’autoconsumo collettivo, a oggi ancora vietato in Italia poiché un solo impianto può servire un solo utente, che in diversi Paesi europei (Austria, Francia, Germania, Portogallo) ha aperto la strada al cd. “condominio elettrico”.

Sul punto, tuttavia, giova rammentare che Arera, da dicembre scorso (delibera del 21 dicembre 2017), ha ampliato le possibilità del cd. autoconsumo, ammettendo, a esempio, che se i terzi consumano energia per esigenze complementari a quelle del cliente finale, ciò vada considerato quale unica utenza e, inoltre, che gli impianti di un condominio in aree condominiali possono essere serviti dalla rete elettrica del condominio medesimo.

E ancora, è la stessa Strategia Energetica Nazionale a sollecitare l’approvazione di normative per consentire sistemi multiutente in aree commerciali e/o industriali, ove l’energia prodotta da un impianto possa essere trasferita a più clienti (purché non si tratti di clienti residenziali).

Facendo un esempio pratico, quindi, seguendo tale ultimo modello, in un centro commerciale, impiegando un unico impianto, oltre alla galleria potrà essere rifornito di energia anche il supermercato.

Inoltre, si è segnalata l’esigenza di una maggior conoscenza dei PPA (Power purchase agreement), ossia contratti a medio/lungo termine (anche 10 anni) con i quali un soggetto produttore vende l’energia prodotta dal proprio impianto a un grossista/trader, il quale, a sua volta, provvede a valorizzarla sul mercato elettrico.

Si è ipotizzato che, a seguito dei primi progetti-test con impianti di medie e grandi dimensioni (nel 2019), il mercato italiano sarà maturo, nel 2020, per numeri importanti anche con impianti di piccole dimensioni, grazie anche alla riduzione dei costi dei componenti fotovoltaici.

Infine, nel 2021, sarà dato avvio alla piattaforma di negoziazione e avverrà la stipula dei primi contratti corporate PPA, che ridurranno anche il rischio di volatilità (dei prezzi) per tutti gli interpreti dei progetti.

Tali schemi contrattuali, si è evidenziato, dovrebbero essere implementati anche con clienti energivori (ossia a valle della filiera).

In questo secondo caso (anche detto PPA in linea diretta) il rapporto di fornitura intercorrerebbe esclusivamente tra il produttore di energia e il consumatore e non verrebbe utilizzata la rete pubblica di trasporto dell’energia.

I principali ostacoli a una loro diffusione sono rappresentati, tuttavia, dalla mancanza di informazione, nel nostro Paese, sui PPA e, inoltre, dal fatto che si è avversi ad una visione cd. “long term”, necessariamente sottintesa alla stipula di queste nuove tipologie di negozio.

Sarà decisiva, a tal proposito, la regia dello Stato, che dovrà considerare la possibilità di incentivare contratti “PPA”, anche attraverso il riconoscimento di sgravi fiscali della stessa durata di un PPA.

Da ultimo, un veloce accenno deve essere fatto con riguardo ai cd. “aggregatori” che, sempre per effetto della spinta comunitaria, potrebbero diffondersi in Italia nei prossimi anni.

Tale figura (un trader oppure un soggetto da esso abilitato), nello specifico, si occuperebbe di combinare i carichi di consumo o l’energia generata da più clienti, per l’acquisto o la vendita di energia nel mercato elettrico e, in particolare, sui mercati dei servizi alle reti (dispacciamento).

Tale innovazione porterebbe con sé numerosi vantaggi: a esempio, proprio perché verrebbero movimentati volumi sufficienti di energia, sarà consentito ai clienti finali, che hanno impianti fotovoltaici e/o impianti di stoccaggio e/o capacità di modulare i propri carichi elettrici, di partecipare al mercato del dispacciamento.

Ovviamente, per importare anche questo modello nel nostro ordinamento, saranno necessarie non solo una conoscenza e informazione adeguate ma, altresì, una forte volontà politica in tal senso.

Avv. Romina Zanvettor

Dott. Marco De Nadai

SEN 2017-2030: gli spunti in discussione per il perseguimento degli obiettivi

Interventi in edilizia libera: in vigore l’elenco delle opere. Riguarda anche il fotovoltaico

Lo scorso 23 aprile è entrato in vigore il DM 2 marzo 2018 del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti che, dopo più di un anno di attesa, ha dato attuazione all’art. 1, comma 2 del D.lgs. n. 222/2016 (c.d. “Decreto Scia 2”).

Tale Decreto legislativo ha apportato alcune rilevanti modifiche ai titoli abilitativi disciplinati nel Testo unico dell’edilizia (D.P.R. 380/2001), prescrivendo, altresì, l’emanazione di un glossario unico (http://www.bosettiegatti.eu/info/norme/statali/2018_dm_02_03_glossario_edilizia.pdf) contenente l’elenco delle opere da potersi realizzare in regime di edilizia libera tra le quali sono annoverati, ad esempio, la manutenzione ordinaria degli edifici nonché i manufatti destinati a soddisfare obiettive esigenze contingenti e temporanee.

L’intervento in questione (di carattere non esaustivo) si è proposto lo scopo, mediante una chiara identificazione delle opere che già si trovano in regime di edilizia libera, di eliminare qualsivoglia rischio e dubbio interpretativo, nell’ottica di rendere più agevole e snella l’attività della Pubblica Amministrazione e, di conseguenza, il rapporto con gli amministrati.

In altre parole, si è cercato di porre fine a una serie di incertezze con cui i cittadini e la P.A. stessa si sono dovuti confrontare nell’esecuzione di alcuni interventi, mettendo definitivamente nero su bianco quando un’opera è libera da autorizzazioni o altre pratiche.

Si precisa, inoltre, che l’intervento normativo è rilevato anche in materia di energie prodotte da fonti rinnovabili in quanto, secondo la nuova formulazione dell’art. 6 del D.P.R. 380/2001, tra le attività realizzabili in edilizia libera sono stati fatti rientrare anche “i pannelli solari, fotovoltaici, a servizio degli edifici, da realizzare al di fuori della zona A) (ossia al di fuori dei centri storici) di cui al decreto del Ministro per i lavori pubblici 2 aprile 1968, n. 1444”.

A questo proposito, il punto 42 del glossario ha ulteriormente specificato che gli interventi in questione riguardano l’installazione, riparazione, sostituzione e rinnovamento, aventi ad oggetto pannelli solari, fotovoltaici e micro-eolico (“a servizio degli edifici”).

Allo stato, null’altro è stato specificato.

Facendo leva su un criterio di interpretazione sistematica, per una miglior definizione degli interventi realizzabili in edilizia libera concernenti il fotovoltaico, si potrebbero richiamare le “Linee guida per l’autorizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili” (DM 10 settembre 2010) secondo cui, ove si parla di “installazione di impianti solari fotovoltaici a servizio degli edifici”, si fa riferimento a tutti quegli interventi in cui gli impianti sono realizzati su edifici esistenti o su loro pertinenze ed hanno una capacità di generazione compatibile con il regime di scambio sul posto.

Da ultimo, come ricordato dal D.P.R. 380/2010 e dallo stesso DM 2 marzo 2018, è sempre necessario, anche per questi interventi che non presuppongono alcun titolo abilitativo, il rispetto delle prescrizioni degli strumenti urbanistici comunali e di tutte le normative di settore aventi incidenza sulla disciplina dell’attività edilizia (a titolo meramente esemplificativo, si ricordano le norme antisismiche, quelle relative all’efficienza energetica e le disposizioni contenute nel Codice dei beni culturali e del paesaggio).

Avv. Romina Zanvettor

Dott. Marco De Nadai

Interventi in edilizia libera: in vigore l’elenco delle opere. Riguarda anche il fotovoltaico