Archivio annuale 2019

Banca popolare di Vicenza: la Cassazione conferma il sequestro dei beni.

Prosegue la vicenda che vede coinvolti gli ex vertici della Banca Popolare di Vicenza, oggi in liquidazione coatta amministrativa, a seguito delle incresciose vicende che hanno portato al noto crack finanziario dell’istituto di credito.

E infatti, mentre presso l’aula bunker di Mestre si svolge il processo penale (attualmente in fase dibattimentale con prossima udienza prevista per il 21 marzo 2019), la Cassazione ha definitivamente statuito in ordine al sequestro dei beni pronunciato, in prima istanza, in sede di udienza preliminare e disposto nei confronti, oltre che degli imputati, anche dei loro familiari a favore dei quali erano stati posti in essere atti di disposizione del patrimonio, poi ritenuti inefficaci dalla magistratura.

Più nel dettaglio, le parti civili hanno chiesto al Giudice per le Indagini Preliminari di voler disporre il sequestro conservativo sui beni appartenenti o appartenuti agli ex vertici di BpVi, al fine di poter ristorare le persone offese nel caso in cui, al termine della querelle giudiziaria, si fosse giunti ad una condanna definitiva comprensiva di statuizioni civili.

Ebbene, il GIP, con provvedimento del 15 febbraio 2018 ha accolto le domande avanzate dai risparmiatori traditi e ha posto i sigilli anche nei confronti dell’ex moglie di Zonin e del compagno di Zigliotto. Ordinanza questa, che è stata confermata in sede di riesame con pronuncia del 4 maggio 2018.

A seguito di ciò, le difese degli imputati sono ricorsi al massimo organo giurisdizionale chiedendo alla Suprema Corte di Cassazione di voler riformare quando in precedenza statuito, attraverso la presentazione otto motivi di doglianza nei quali hanno lamentato svariate violazioni di legge, tali per cui il provvedimento di blocco dei beni sarebbe stato illegittimo e pertanto da porre nel nulla.

Gli Ermellini, tuttavia, con una motivazione articolata, hanno analizzato ogni motivo di ricorso disattendendo tutte le richieste e confermando in toto i provvedimenti del GIP e del riesame con la conseguenza che i beni già precedentemente sottoposti a vincolo rimangono, a tutt’oggi, fuori dalla disponibilità dei loro proprietari.

Di seguito potrete trovare il testo della sentenza della Corte di Cassazione (cliccando quì).

Avv. Romina Zanvettor

Avv. Elena Andreetta

Banca popolare di Vicenza: la Cassazione conferma il sequestro dei beni.

Veneto Banca: la cassazione conferma il sequestro dei beni dell’ex amministratore delegato Consoli.

Nuovi sviluppi per la vicenda che ha come protagonisti i vertici di Veneto Banca: la Corte di Cassazione, con una sentenza pubblicata giusto ieri, ha confermato il sequestro preventivo disposto dal Tribunale di Treviso, nei confronti dell’ex amministratore delegato Vincenzo Consoli.

Il provvedimento, irrogato ai fini di una futura confisca per equivalente, aveva ad oggetto – preliminarmente – i beni mobili e immobili del ex vertice dell’istituto di credito e, in un secondo momento, era stato “esteso” anche al conto corrente intestato alla moglie. Il tutto portava a un capitale complessivo di oltre 45 milioni di euro.

La decisione della Suprema Corte (che troverete in versione integrale cliccando qui)si struttura nel modo che segue: in primo luogo gli Ermellini hanno respinto la questione di legittimità costituzionale, sollevata dalla difesa di Consoli, in ordine al comma 2 dell’art. 2641 del codice civile disciplinante proprio la misura della confisca.

A sostegno della propria tesi, gli avvocati dell’ex amministratore delegato avevano poi riportato un precedente dei medesimi Giudici, sulla scorta del quale avevano censurato l’incostituzionalità della norma in esame, in quanto avrebbe portato, necessariamente, all’applicazione di una sanzione sproporzionata rispetto al delitto commesso: le somme effettivamente sottoposte a vincolo, invece di essere calcolate sul prezzo, prodotto o profitto del reato sarebbero state calibrate sulla base dei fondi (decisamente più ingenti) utilizzati proprio per commettere l’illecito medesimo.

Ulteriore precisazione evidenziata dalla difesa aveva riguardato la circostanza per cui tali fondi neppure sarebbero appartenuti al Consoli, provenendo dall’istituto di credito da questo amministrato.

A tal riguardo la Corte di Cassazione, invece, ha posto sotto la lente d’ingrandimento tutta una serie di questioni, dalle quali ha fatto discendere la conferma del provvedimento di sequestro, considerato necessariamente legittimo.

Superato il richiamo giurisprudenziale relativo agli illeciti amministrativi, e non ai reati si è rilevato legittimamente come il Gip trevigiano, nel quantificare i beni da vincolare aveva proceduto a una mera somma algebrica utilizzando, come addendi, i beni utilizzati dal Consoli (e dallo stesso determinati) per porre in essere i delitti di cui ai vari capi di imputazione.

L’indagato, infatti, nelle attività contestate, aveva avuto modo di compiere tutta una serie di operazioni al fine ultimo di ostacolare le attività di vigilanza di Consob e di Banca d’Italia, simulando un apprezzamento del mercato degli strumenti finanziari dell’istituto di credito di appartenenza ed il cui riacquisto era stato garantito dallo stesso Consoli, in nome e per conto di Veneto Banca.

Concludendo, i Giudici di legittimità, hanno respinto anche le doglianze sollevate relativamente alla circostanza per cui i beni sequestrati apparterrebbero al solo Consoli, ovvero a soggetti a lui riconducibili (nella fattispecie il conto corrente intestato alla moglie) e non a Veneto Banca. Ebbene, con riferimento a questo aspetto la Corte ha evidenziato chiaramente come la banca, dalle condotte poste in essere dal suo ex amministratore delegato, non ha mai ottenuto alcun vantaggio; anzi, così operando, il dissesto sarebbe diventato ancora più profondo portando, infine, alle note conseguenze.

Avv. Romina Zanvettor

Avv. Elena Andreetta

Veneto Banca: la cassazione conferma il sequestro dei beni dell’ex amministratore delegato Consoli.

Banca Popolare di Vicenza dichiarata insolvente. Nuove prospettive per i risparmiatori traditi.

È di ieri la decisione del Tribunale civile collegiale di Vicenza di dichiarare l’insolvenza di Banca Popolare di Vicenza per circa 3 miliardi e 500 milioni di Euro. Decisione, questa, che apre nuove prospettive per la Procura e per i risparmiatori “traditi”.

La sentenza emessa dal Giudice, dott. Giuseppe Limitone, segue la linea già tracciata dal Tribunale di Treviso con riferimento a Veneto Banca, anch’essa dichiarata insolvente qualche mese fa con una pronuncia che, attualmente, è posta al vaglio della Corte d’Appello di Venezia, per un rinnovamento della perizia.

In particolare, basandosi su quella che è la tesi sostenuta nell’elaborato peritale, depositato nel novembre scorso dal Prof. Bruno Inzitari e dal Prof. Luciano Matteo Quattrocchio, è stata decretata anche l’incapacità dell’istituto di credito vicentino a portare avanti la propria attività a far data dalla sua messa in liquidazione (il 25 giugno 2017).

Una decisione di fondamentale importanza; infatti, ora si aprono tutta una serie di opzioni, sia per la Procura, sia per i risparmiatori danneggiati dal crack, che prima erano normativamente precluse. Più precisamente i PM adesso potranno investigare anche in ordine ai delitti di bancarotta con le conseguenti possibilità di indagare soggetti che attualmente non risultano essere ricompresi all’interno del procedimento penale già instaurato a carico dei vertici, ed in pieno svolgimento (http://www.rzlex.it/processo-banca-popolare-di-vicenza-il-dibattimento-proseguira-in-aula-bunker-a-mestre). Senza considerare, poi, che il succitato delitto prevede delle pene che, nel caso più grave, possono arrivare fino a 15 anni di reclusione, con conseguente allungamento dei termini prescrizionali, chiaramente a favore degli organi inquirenti e delle persone offese, aumentando le loro chances di veder condannati i responsabili delle loro perdite.

Altra opportunità che potrebbe rivelarsi favorevole ai risparmiatori è quella di agire giudizialmente, attraverso azioni revocatorie, per poter aggredire i beni dei vertici dell’istituto di credito, aumentando – così – le possibilità di ottenere ulteriori ristori per gli investimenti perduti.

Al momento, tuttavia, i difensori di Zonin hanno già annunciato la loro intenzione di opporsi alla decisione in esame, proponendo apposito ricorso davanti alla Corte d’Appello veneta. Si rimane, pertanto, in attesa degli sviluppi e delle decisioni provenienti tanto dalla Procura, quanto dalle difese dei diretti interessati.

Lo Studio Legale provvederà ad aggiornare tempestivamente i propri Clienti in merito a ogni novità.

Avv. Romina Zanvettor

Avv. Elena Andreetta

Banca Popolare di Vicenza dichiarata insolvente. Nuove prospettive per i risparmiatori traditi.

Errata segnalazione alla Centrale Rischi: l’imprenditore deve provare il danno subito.

E se la Banca sbaglia ad indicare un imprenditore quale “cattivo pagatore”? Il risarcimento del danno non è automatico. Parola della Corte di Cassazione.

E’ dell’8 gennaio 2019 l’ordinanza della Corte di Cassazione che decreta l’onere di provare il danno in capo all’imprenditore, erroneamente segnalato quale “cattivo pagatore”, nelle richieste di ristoro avanzate nei confronti dell’istituto di credito artefice dello sbaglio. Di seguito potrete trovare il testo integrale dell’ordinanza n. 207/2019 (clicca qui).

Come noto, qualora un correntista (sia esso una persona giuridica ovvero una persona fisica) non dovesse rivelarsi capace di adempiere agli obblighi economici intercorrenti con il proprio istituto di credito, questo potrà provvedere a segnalare il soggetto alla Centrale Rischi Finanziaria (CRIF) che lo bannerà quale “cattivo pagatore”. Ovviamente, da tale qualifica discendono tutta una serie di importanti conseguenze che possono andare a segnare, talvolta anche profondamente, quelle che sono le sorti del correntista medesimo; una su tutte: la successiva mancata concessione di tutte quelle forme di credito classiche offerte dalle banche (mutui, fidi, etc.).

Ma torniamo a noi. Anche le Banche sbagliano e, se per errore dovessero fare una segnalazione non corretta, per il risparmiatore si apre tutta una serie di possibilità per adire l’Autorità Giudiziaria affinché determini e liquidi quelli che sono i danni derivanti dai fatti suesposti.

La Suprema Corte, tuttavia, pone dei limiti in ordine alla necessità di provare, oltre all’ingiustizia subita (e quindi il fatto che la segnalazione fosse errata), anche l’effettivo danno arrecato al soggetto oggetto di iscrizione dei registri CRIF.

L’accertata violazione nell’utilizzo dei dati personali del cliente, erroneamente “additato” dall’istituto di credito, non lo solleva – tuttavia – dal dover dimostrare sia l’esistenza della lesione, sia il suo ammontare, oltre a dover offrire tutti i mezzi di prova atti alla quantificazione del medesimo.

Gli Ermellini, quindi, nel caso in esame, dove a chiedere il ristoro era una s.n.c., hanno confermato in ogni sua parte quanto già statuito dal Giudice di prime cure il quale, in via preliminare, aveva negato un qualsivoglia danno patrimoniale (da considerarsi nella doppia veste di danno emergente e lucro cessante) stante la mancanza di prova e, successivamente, aveva riconosciuto un danno non patrimoniale calcolato, però, su base equitativa.

Tale ultima voce, è stata riconosciuta vista la responsabilità della Banca, colpevole di non aver rispettato gli obblighi derivanti dal Codice della Privacy e dal Codice di deontologia e di buona condotta per i sistemi informativi, non avendo comunicato alla società l’imminente registrazione dell’informazione negativa all’interno del sistema informatico.

Avv. Romina Zanvettor

Errata segnalazione alla Centrale Rischi: l’imprenditore deve provare il danno subito.

Reato di insider trading. Le ultime news giurisprudenziali.

In tema di delitto di insider trading Corte Costituzionale e Corte di Cassazione hanno segnato, proprio a fine 2018, tre importanti arresti giurisprudenziali in tema di coordinamento tra sanzioni penali e amministrative.

Ricordiamo che il reato di abuso di informazioni privilegiate (o, appunto, insider trading) risulta disciplinato dall’art. 184 del T.U.F. (D. Lgs. n. 58 del 24 febbraio 1998) e punisce quelle condotte aventi a oggetto la compravendita di titoli di una determinata società, posta in essere da coloro che godono di una posizione tale, per cui viene garantito l’accesso a informazioni riservate(https://www.brocardi.it/testo-unico-intermediazione-finanziaria/parte-v/titolo-i-bis/capo-ii/art184.html).

Procedendo con ordine rileviamo che, con la sentenza 223 del 2018 (clicca qui) la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità della normativa di settore, con riferimento alla possibilità di applicare la confisca retroattiva in maniera automatica.

Successivamente alla depenalizzazione delle condotte in esame, qualora fossero state poste in essere dai c.d. insider secondari, la stratificazione normativa intertemporale prevedeva la possibilità di applicare la misura della confisca per equivalente con efficacia retroattiva, sulla base del principio comune secondo il quale questa sarebbe stata necessariamente più favorevole al reo, che si era visto depenalizzare la propria condotta.

Tale automatismo discendeva dal fatto che, per comune pensiero, la sanzione amministrativa fosse necessariamente più favorevole a quella penale.

Il Giudice delle leggi, con la sentenza in commento, e alla luce di questo sovrapporsi legislativo ha invitato a non sottovalutare quello che è l’impatto astratto di una sanzione amministrativa, perché la stessa, in taluni casi, potrebbe rivelarsi decisamente più gravosa rispetto a quella che è la pena irrogata all’insider primario dal giudice penale.

Al fine di suffragare la propria tesi, i Giudici Costituzionali si sono ancorati, proprio, a uno dei casi dai quali è scaturita la questione di legittimità: nell’episodio in esame l’insider secondario veniva sanzionato al pagamento di somme che arrivavano a 3 milioni di Euro, con applicazione proprio della confisca per equivalente retroattiva. Tuttavia, tale pena risultava abnorme rispetto a quella che veniva irrogata all’insider primario, condannato a una multa da 10˙000,00 €.

E allora, alla luce di ciò, la Corte Costituzionale ha espunto dall’ordinamento la possibilità di procedere alla confisca per equivalente di cui all’art. 187-sexies del D. Lgs. N. 58/1998 (https://www.brocardi.it/testo-unico-intermediazione-finanziaria/parte-v/titolo-i-bis/capo-iii/art187sexies.html)  invitando i Giudici a procedere a un’operazione di confronto, operata caso per caso, in merito all’opportunità o meno di applicare la misura amministrativa in ordine a quella penale. E infatti, come dimostrato dalla stessa Corte Costituzionale, la presunzione di maggior favore della sanzione amministrativa rispetto a quella penale è da considerarsi solamente relativa.

Ma non è finita qui. A pronunciarsi, sempre con riferimento al delitto in esame, è stata anche la Corte di Cassazione valutando due profili differenti.

Un primo aspetto ha riguardato la possibilità di procedere a un sequestro preventivo ad ampio spettro in ordine ai beni legati al delitto. In particolare gli Ermellini sono stati interrogati con riferimento all’opportunità di procedere a un sequestro avente ad oggetto, non beni identificabili come il prezzo, prodotto o profitto del reato, bensì somme di denaro utilizzate per la commissione dell’illecito medesimo.

La scure della Corte ha, senza mezzi termini, decretato la possibilità di una misura di tal fatta ammettendo, conseguentemente, la legittimità di un provvedimento di sequestro riferito a beni o ad altre utilità, ma calcolato attraverso la misura dell’equivalente.

La motivazione posta alla base della decisione in parola è da rinvenirsi nel fatto che tali cifre sarebbero lo strumento utilizzato per la posa in essere del delitto e, pertanto, legate attraverso un vincolo di pertinenzialità alla condotta penalmente rilevante.

Per concludere, infine, rimane da esaminare un ultimo aspetto che la Suprema Corte ha analizzato recentemente, ovvero l’impossibilità, per organismi quali la Consob, di procedere all’applicazione di sanzioni amministrative contro colui che, in sede penale, sia stato assolto per i medesimi fatti.

La norma a cui si ancora il ragionamento risulta di pronto reperimento ed è uno dei principi giuridici fondanti il nostro sistema: il ne bis in idem, ovverosia l’impossibilità di essere condannati nuovamente per gli stessi fatti per cui si è già stati assolti o condannati.

La Cassazione, quindi ha accolto le conclusioni già raggiunte dalla Corte UE in tre sentenze depositate lo scorso marzo e motivate sulla base dell’art. 50 della Carta fondamentale dei diritti dell’Unione Europea (clicca qui); e allora, allo stato attuale, e alla luce di quanto sopra, a fare da spartiacque tra un giudizio amministrativo e un precedente giudizio penale sarà, proprio, l’esito di quest’ultimo.

Un’associazione delle due sanzioni sarà possibile solo qualora queste dovessero ambire a due obiettivi complementari (magari perché riguardanti aspetti diversi del medesimo comportamento illecito), ma, in caso di assoluzione, l’immediata applicazione del succitato art. 50 comporterà la necessaria impossibilità, per la Consob – o altro ente preposto, si applicare una qualsivoglia sanzione amministrativa.

Avv. Romina Zanvettor

Reato di insider trading. Le ultime news giurisprudenziali.

Buone notizie per i risparmiatori “traditi” dalle Banche Venete: il fondo indennizzo è legge

La Legge di Bilancio per il 2019 (Legge n. 145 del 30 dicembre 2018), al comma 493 (clicca qui), ha istituito ufficialmente il Fondo Indennizzo Risparmiatori, anche detto FIR, con la funzione di rimborsare gli azionisti e gli obbligazionisti che si sono visti azzerare il valore dei loro titoli a seguito della risoluzione o della messa in liquidazione coatta amministrativa dei vari istituti di credito, tra i quali Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Con il provvedimento in esame, il Governo stanzia 525 milioni di euro per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021 da dedicarsi ai risparmiatori legati, oltre che alle già citate banche Venete, anche a Banca Apulia, Banca Etruria, Banca Marche, Banca Cariferrara, BCC Crediveneto e BCC Padovana.

La novità del provvedimento legislativo in esame sta nel fatto che il ristoro previsto per gli azionisti ammonta al 30% del prezzo di acquisto delle azioni, rimanendo – tuttavia – fermo il limite massimo di € 100˙000,00.

Gli obbligazionisti subordinati, invece, avranno diritto a ricever il 95% del costo di acquisto, fatto sempre salvo il tetto dei 100˙000,00 €.

Le percentuali, inoltre, potranno subire degli aumenti qualora dovessero esserci ulteriori risorse disponibili.

In termini strettamente numerici, si riporta come esempio quanto segue: coloro che comprarono le azioni di Banca Popolare di Vicenza al prezzo più alto (62,50 €) potranno vedersi riconoscere un’indennità pari a 18,75 €, a differenza dei precedenti e forfettari 12,00 €.

Al Fondo Indennizzo Risparmiatori potranno accedere le seguenti categorie di soggetti:

  • Persone fisiche;
  • Imprenditori individuali,
  • Commercianti,
  • Artigiani,
  • Società di persone con non più di 10 dipendenti e meno di 2 milioni di fatturato,
  • Associazioni a promozione sociale.

Altra novità di non poco momento, risiede nel fatto che il ricorso all’arbitrato è stato sostituito da un più snello ricorso diretto al Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF). Sarà lo stesso MEF che, con un decreto attuativo, da promulgarsi entro fine del gennaio corrente, detterà le modalità di presentazione delle richieste e nominerà la Commissione (composta da nove membri) incaricata di procedere all’esame di tutte le domande e della liquidazione del dovuto. Al momento, l’unica informazione nota risiede nel fatto che le istanze saranno da inviare entro e non oltre 180 giorni dalla promulgazione del succitato decreto attuativo.

La ragione sottesa all’abolizione dell’arbitrato è da rinvenirsi nelle statistiche, per le quali l’ACF ha riconosciuto la fondatezza del 97% delle domande fino a oggi presentate.

Da ultimo, si evidenzia che i risparmiatori che dovessero aver già ricevuto un indennizzo attraverso le vecchie modalità, e quindi sulla base dei precedenti tassi di ristoro, potranno chiedere, ed eventualmente vedersi riconoscere, le differenze risultanti dall’applicazione della nuova disciplina.

Questo è quanto risulta dal testo della Legge promulgato in Gazzetta Ufficiale, Vi invitiamo, pertanto a prendere contatti con lo Studio Legale al fine di poter presentare le succitate domande agli organi competenti.

Avv. Romina Zanvettor

 

 

Buone notizie per i risparmiatori “traditi” dalle Banche Venete: il fondo indennizzo è legge