Archivio mensile marzo 2019

L’azienda di padre in figlio. Il patto di famiglia.

Dalle stime pubblicate recentemente dal Sole 24 Ore emerge chiaramente come meno di un terzo delle società italiane sopravvive alla seconda generazione e di queste, un’ulteriore metà, scompare tra la seconda e la terza, senza considerare che circa l’80% degli imprenditori percepisce la continuità aziendale come un problema.

Nel nostro paese, inoltre, il 95% delle imprese conta meno di 10 addetti e il numero di imprenditori con più di 60 anni è pari al 43% del totale. Queste cifre ben possono far comprendere la centralità e la delicatezza di un problema quale quello del passaggio generazionale, che segna un momento cruciale per le sorti di questi soggetti giuridici.

Le ragioni di tutto ciò sono da ricercarsi, principalmente, in motivazioni di ordine psicologico che spingono l’imprenditore a procrastinare nel passaggio di consegne, fino al momento in cui lo stesso non risulti inevitabile con la conseguenza che, spesso, la scelta non risulta adeguata.

A questo si affianca anche un’ulteriore criticità, ovvero la circostanza per cui le capacità imprenditoriali/manageriali non hanno natura ereditaria e pertanto, non è necessariamente vero che tutti i discendenti del medesimo imprenditore sono capaci di seguirne adeguatamente le orme.

Orbene, detto questo, veniamo ad analizzare quella che è stata la soluzione adottata dal legislatore per ovviare alle problematiche suesposte.

Con la Legge n. 55 del 14 febbraio 2006, è stato introdotto l’art. 768bis del codice civile disciplinante il nuovo istituto denominato “patto di famiglia”, ovvero il “contratto con cui, compatibilmente con le disposizioni in materia di impresa familiare e nel rispetto delle differenti tipologie societarie, l’imprenditore trasferisce, in tutto o in parte, l’azienda, e il titolare di partecipazioni societarie trasferisce, in tutto o in parte, le proprie quote, ad uno o più discendenti”.

Fino a questo momento, nel nostro paese, era pretermesso – visto il divieto imposto per la stipula dei patti successori – di disporre della propria successione con mezzi diversi dallo strumento testamentario. Testamento che, tuttavia, si rivelava inadeguato, per la finalità in questione, sotto un duplice profilo:

  • non impediva che, al momento dell’apertura della successione, si verificassero conflitti familiari tali da comportare lo sgretolamento del patrimonio aziendale,
  • risultava tutt’altro che teorico il rischio di incorrere in impugnazioni dell’atto di ultime volontà, a causa del mancato rispetto della quota di legittima.

Con il patto di famiglia queste eventualità sono risultate superate, attraverso tutta una serie di accorgimenti da assumere in fase di costituzione e con un onere specifico posto sulle spalle del figlio assegnatario dell’impresa o delle quote societarie.

Ma analizziamo, ora, con ordine quelli che sono gli oneri e i doveri da assolvere, affinché la successione generazionale sia valida.

In primo luogo, la Legge impone il rispetto delle disposizioni in materia di impresa famigliare e della normativa societaria in tema di trasferimento delle quote sociali, per tale ragione, di volta in volta, è necessario valutare se il negozio in questione è libero, ovvero se è necessaria l’autorizzazione da parte della compagine sociale.

L’atto, poi, deve essere redatto per atto pubblico a pena di nullità, ossia davanti ad un notaio e, qualora non siano presenti anche tutti gli altri legittimari (cioè tutti coloro che sarebbero chiamati come eredi, se il quel momento si aprisse la successione) è, altresì, doveroso allegare una relazione, redatta da un esperto, in cui sono descritti tutti i beni ed il relativo valore.

Alla sottoscrizione dell’atto costitutivo del patto di famiglia, però, deve seguire un ulteriore passaggio, a carico del discendente che si è visto assegnare la società o le quote partecipative: questo, infatti, sarà tenuto a liquidare gli altri legittimari (quali per esempio: gli eventuali fratelli e l’altro genitore) in proporzione alla loro quota di legittima, con la precisazione, tuttavia, che questa non sarà calcolata sulla base dell’intero patrimonio del genitore-donante, ma solamente sul valore dell’azienda e dei suoi beni.

Concludendo, dunque, lo strumento giuridico in commento ha la funzione di permettere all’imprenditore, quando è ancora nel pieno delle proprie capacità psico-fisiche, di scegliere a chi tramandare la propria azienda (o le proprie partecipazioni sociali), aumentando esponenzialmente le possibilità di sopravvivenza.

Possibilità che crescono anche perché, indicando anticipatamente il proprio erede designato, il capo-famiglia potrà, inoltre, fargli da mentore affiancandolo nei primi periodi alla guida dell’impresa e iniziandolo all’attività manageriale gradualmente.

Infine, come sopra già accennato, in questo modo, si evitano tutte quelle che sono le controversie, molto comuni, che si instaurano al momento della morte dell’imprenditore quando questo non ha precedentemente indicato le sue volontà in ordine alle sorti dell’azienda, ovvero lo ha fatto ma senza il rispetto di quelle che sono le disposizioni dettate in materia di successione legittima.

L’Avv. Romina Zanvettor, presso la sua sede di Conegliano (clicca qui), fornisce servizi di consulenza e/o assistenza a coloro che dovessero essere interessati all’argomento.

Avv. Romina Zanvettor

Avv. Elena Andreetta

L’azienda di padre in figlio. Il patto di famiglia.

Conto Arancio: sospesa la possibilità di aprire nuovi conti correnti.

Brutte notizie per il colosso bancario Ing Direct, di cui fa parte Conto Arancio, che attualmente risulta essere oggetto di investigazioni a carattere transnazionale.

A seguito, infatti, di un’indagine condotta, tra gli altri, da Bankitalia è emersa un’imponente serie di truffe poste in essere in vari paesi dell’Unione Europea.

Lo schema del raggiro era sempre il medesimo: su piattaforme, quali – per esempio – Amazon ed Air B&B, del tutto ignare della cosa, venivano pubblicati annunci per la vendita di prodotti o per l’affitto di immobili. Agli acquirenti/affittuari veniva, poi, chiesto di procedere al pagamento per il tramite di bonifico bancario in conti correnti accesi proprio presso l’Istituto olandese, il tutto bypassando i sistemi di sicurezza predisposti per far fronte a queste tipologie di illeciti.

Ad indagare, ora, è la Procura di Milano che si è attivata dopo l’arrivo di tutta una serie di Ordini di indagine europei (in acronimo: Oei).

Gli importi delle truffe non erano particolarmente rilevanti, tuttavia a far scattare l’allarme è stata la serialità dei comportamenti scorretti.

Al momento, si ipotizza il reato di riciclaggio, e – stando a quanto riportato dal Sole 24 Ore – non sembra azzardato pensare anche ad una responsabilità oggettiva della Banca a causa delle falle nei suoi sistemi di antiriciclaggio emerse in occasione dell’ispezione condotta nei mesi passati da Banca d’Italia.

A seguito di questi controlli, l’Ente ha, recentemente, comunicato di aver vietato l’apertura di nuovi conti correnti su Conto Arancio, visto che i sistemi di segnalazione (c.d. red flag) predisposti per impedire i reati in commento non si sono attivati.

È opportuno ribadire, tuttavia, che per coloro che sono già clienti non sono stati presi provvedimenti di sorta, le loro linee contrattuali mantengono completa operatività e non ci sono rischi per i depositi dei risparmiatori, i quali possono considerarsi del tutto indenni dalle vicende di questi giorni.

Lo Studio Legale RZLEX, presso la sua sede di Conegliano (clicca qui), è a disposizione per tutelare gli interessi di eventuali soggetti che dovessero ritenere di essere incorsi nel raggiro in esame.

Avv. Romina Zanvettor

Avv. Elena Andreetta

Conto Arancio: sospesa la possibilità di aprire nuovi conti correnti.

Banca Valsabbina condannata dall’Arbitro Consob al risarcimento del “Risparmiatore Tradito”.

Nella seduta del 18 marzo 2019, l’Arbitro per le Controversie Finanziarie ha accolto il ricorso presentato da un azionista bresciano, nei confronti Banca Valsabbina, dichiarando l’Intermediario, tenuto a corrispondere all’azionista un importo pari al controvalore investito, oltre a interessi e rivalutazione monetaria, detratto il valore attuale dei titoli permasti in portafoglio e delle somme in cassate nel tempo, a titoli di dividendo.

Il ricorrente, difeso dall’Avv. Romina Zanvettor, esperta di diritto bancario con studio in Conegliano (TV), (clicca qui) aveva censurato l’inadempimento di Banca Cooperativa Valsabbina agli obblighi di diligenza, correttezza, informazione e trasparenza nella prestazione del servizio di consulenza, con riferimento ai propri investimenti in titoli azionari del medesimo istituto, effettuati sino al 2015, epoca precedente alla perdita di valore del titolo stesso, a seguito della sua quotazione sul mercato Hi-Mtf (sistema scambi attivato in data 18.07.2016).

L’Arbitro, dopo aver esaminato la documentazione in atti, ha ritenuto che la Banca, in concomitanza alle operazioni di acquisto titoli del Cliente non ha mai espletato alcuna valutazione di adeguatezza, mancando altresì di fornire il set informativo parametrato al profilo del Cliente e alla natura del titolo illiquido, secondo quanto invece previsto dall’art. 21 del T.U.F.

Il Collegio esplicitamente ha ritenuto che: “Gli specifici obblighi informativi incombenti sugli intermediari nel rapportarsi con la propria clientela si inseriscono, infatti, in un quadro normativo la cui pietra angolare risiede proprio nella capacità di servire al meglio gli interessi del singolo cliente, adattando la prestazione erogata in ragione delle specifiche caratteristiche (esperienza, conoscenza, obiettivi di investimento, situazione patrimoniale) del contraente”.

Accertata così la responsabilità dell’Intermediario, con riguardo alle carenze informative e comportamentali e sotto il profilo risarcitorio del danno, ne è conseguita la diretta condanna, fissando il termine per l’esecuzione in trenta giorni.

Lo Studio legale dell’Avv. Romina Zanvettor, che da qualche anno sta seguendo plurimi contenziosi contro Banca Valsabbina, (clicca qui) per illegittima intermediazione finanziaria, resta in attesa di prossime favorevoli decisioni dell’ACF.

Avv. Romina Zanvettor

Banca Valsabbina condannata dall’Arbitro Consob al risarcimento del “Risparmiatore Tradito”.

Banche decotte: il Tribunale di Ancona condanna al risarcimento la società di revisione.

Novità potenzialmente dirompenti si stagliano all’orizzonte delle vicende susseguenti ai crack delle Banche italiane, dichiarati negli anni scorsi e relativi non solo a Veneto Banca e a Banca Popolare di Vicenza.

Il Tribunale di Ancona, con la sentenza n. 331 del 20 febbraio 2019, pubblicata qualche giorno fa, ha – per la prima volta – condannato al risarcimento del danno cagionato al risparmiatore, la società di revisione PricewaterhouseCoopers (PwC), che aveva approvato i bilanci dell’istituto di credito, poi caduto in rovina.

Più precisamente, il privato aveva sottoscritto, nel corso del 2012, un ingente numero di azioni ordinarie su invito dell’allora Banca Marche S.p.A. al prezzo di 0,85 € cadauna. A seguito delle note vicende il valore dei titoli era stato completamente azzerato comportando una perdita di qualche centinaia di migliaia di euro per il risparmiatore, così tradito.

I Giudici, nell’analizzare la complessa vicenda portata alla loro attenzione, hanno posto un accento particolare sull’art. 94 del Testo Unico della Finanza (TUF) disciplinante, in modo specifico, la responsabilità da prospetto, da riferirsi non solo alla banca emittente, ai Presidenti del Consiglio di Amministrazione e del Collegio Sindacale ma, altresì, alla società di revisione.

A quest’ultima, in particolare, si è imputato di aver espresso – nelle proprie relazioni – “un giudizio senza rilievi in ordine ai bilanci ed alle relazioni finanziarie” della Banca sopra citata; relazioni che, successivamente, sarebbero confluite, in un primo momento, nei bilanci di esercizio e, in un secondo momento, nel prospetto comunicato al risparmiatore al momento della sottoscrizione delle azioni.

La responsabilità per la veridicità di quanto contenuto nelle predette certificazioni – poi tradotte nel prospetto, ed emesse della Società di Revisione, a parere del Collegio Giudicante è derivata dalla disposizione legislativa di cui all’art. 96 TUF. Detta norma dispone, infatti, che “l’ultimo bilancio e il bilancio consolidato eventualmente redatto dall’emittente sono corredati dalle relazioni di revisione nelle quali un revisore legale o una società di revisione legale iscritti nel registro tenuto dal Ministero dell’economia e delle finanze esprimono il proprio giudizio. L’offerta avente ad oggetto prodotti finanziari diversi dagli strumenti finanziari comunitari non può essere effettuata se il revisore legale o la società di revisione legale hanno espresso un giudizio negativo ovvero si sono dichiarati impossibilitati ad esprimere un giudizio”.

Ne è conseguito che, per il risparmiatore è stato sufficiente provare, in sede di giudizio, la sola esistenza del nesso causale esistente tra il danno occorsogli e la condotta tenuta dalla banca, oltre che dai suoi organi di controllo e certificazione.

Solo un monito giunge, infine, dall’importante decisione in commento. Sarà d’obbligo porre particolare attenzione al regime prescrizionale della vicenda. Il diritto a chiedere il risarcimento del danno nei confronti della società certificativa, infatti, si esaurisce nel termine ultimo di 5 anni dalla pubblicazione del prospetto. Con l’unica eccezione per cui il danneggiato potrà far valere i suoi diritti successivamente a tale termine solamente laddove riesca a provare che ha appreso la falsità delle informazioni nei due anni anteriori all’esercizio dell’azione giudiziaria.

Cliccando qui potrete consultare il testo integrale della sentenza in commento.

Lo Studio Legale RZLEX sta valutando le soluzioni giuridiche più opportune a tutela dei danneggiati dalle crisi bancarie.

Avv. Romina Zanvettor

Avv. Elena Andreetta

Banche decotte: il Tribunale di Ancona condanna al risarcimento la società di revisione.

Conti Energia e Tremonti Ambiente: l’ammortamento nei contenziosi contro l’Agenzia delle Entrate.

Lo Studio Legale RZLEX sta seguendo un’ampia casistica di controversie incardinate contro l’Agenzia delle Entrate, nelle varie sedi d’Italia, in relazione al contenzioso concernente la revoca della detassazione prevista dalla Tremonti Ambiente per l’intervenuta realizzazione di impianti fotovoltaici incentivati con i Conti Energia.

Più precisamente, l’Ente sta procedendo con una contestazione a tappeto dei conteggi eseguiti dagli imprenditori per l’ottenimento dell’agevolazione fiscale, di cui alla L. n. 388/2000, invocando un’errata determinazione del valore detassabile qualora, all’interno dei costi operativi sia stata ricompresa la componente “ammortamento” che, invece, a detta degli Uffici, dovrebbe concorrere per la determinazione del c.d. sovraccosto.

Secondo questa tesi, i soggetti giuridici avrebbero considerato il costo dell’investimento eco-compatibile una prima volta, per l’intero, nella componente “costo d’investimento”, e una seconda volta, per una quota parte, nella componente “ammortamento”, limitatamente alla quota di ciascun anno considerato. L’agevolazione, pertanto, a detta dell’Agenzia delle Entrate, sarebbe stata percepita in misura doppia, quantomeno per la quota corrispondente all’ammortamento stesso.

Le sanzioni prospettate, tuttavia, si rivelano illegittime se confrontate con il dato normativo, nazionale e comunitario, e con la Giurisprudenza di settore che, al momento, riconosce, in prevalenza, le ragioni dei contribuenti.

Andando più nello specifico, né la norma italiana né quella europea Europea vietano in alcun modo la possibilità di procedere al computo dei costi di ammortamento ai fini della quantificazione dell’agevolazione.

Per l’approfondimento della casistica, si rinvia ad un commento pubblicato dallo Studio Legale RZLEX di Conegliano (clicca qui), che è a disposizione per consulenza ed assistenza in materia.

Avv. Romina Zanvettor

Avv. Elena Andreetta

Conti Energia e Tremonti Ambiente: l’ammortamento nei contenziosi contro l’Agenzia delle Entrate.

Conti Energia e Tremonti Ambiente: l’inclusione dell’ammortamento ai fini del calcolo della detassazione, nei contenziosi contro l’Agenzia delle Entrate.

L’Agenzia delle Entrate sta procedendo a raggera con la contestazione dei conteggi eseguiti dai titolari di impianti fotovoltaici per l’ottenimento dell’agevolazione fiscale prevista dalla Tremonti Ambiente (L. 388/2000), postulando un’errata determinazione del valore detassabile qualora, all’interno dei costi operativi sia stata ricompresa anche la componente “ammortamento” che, invece, a detta degli uffici, dovrebbe concorrere per la determinazione del c.d. sovraccosto.

In molti casi disaminati dallo Studio Legale RZLEX, specializzato anche in diritto tributario (clicca qui), le doglianze, mosse dall’Agenzia delle Entrate, si fondano sulla rettifica degli importi che le società avrebbero dovuto ottenere a seguito della detassazione in quando sarebbe stato considerato il costo dell’investimento eco-compatibile una prima volta, per l’intero, nella componente “costo d’investimento”, ed una seconda volta, per una quota parte, nella componente “ammortamento” limitatamente alla quota di ciascun anno considerato. I contribuenti, pertanto, secondo la tesi dell’Ente, fra i costi ammissibili, avrebbero erroneamente considerato anche gli ammortamenti di competenza dei primi cinque anni di esercizio, beneficiando – in tal modo – dell’agevolazione in misura doppia, quantomeno per la quota corrispondente agli ammortamenti medesimi. La revoca del beneficio, pertanto, risulterebbe motivata da un teorizzato errore nella quantificazione del “sovraccosto” ritenendo, l’Ufficio, non ammissibili, in tale determinazione, i costi attinenti agli ammortamenti dell’investimento ambientale.

Tali indicazioni sanzionatorie risultano illegittime in quanto non fondate su alcuna previsione normativa e, anzi, addirittura appaiono contrarie a quelle che sono le disposizioni comunitarie in tema di aiuti di stato in materia ambientale.

L’origine della problematica interpretativa di cui si discute è da ravvisarsi nel silenzio del legislatore italiano in materia, con il conseguente remand alla legislazione europea, la quale – parimenti – non va esente da critiche essendo, essa stessa, talvolta così generica da rivelarsi foriera di interpretazioni anche fortemente discordanti.

Ma andiamo con ordine.

La L. 388/2000 ha introdotto un’agevolazione fiscale a favore di piccole o medie imprese che hanno realizzato investimenti in impianti eco-compatibili e ha indicato il criterio di quantificazione del beneficio all’art. 6, comma 15, dove si legge che “gli investimenti ambientali vanno calcolati con l’approccio incrementale”, senza, però, nulla prevedere in ordine a cosa sia e a come si calcoli quest’ultima componente.

Perciò, ai fini interpretativi, s’impone il ricorso alla disciplina comunitaria degli aiuti di stato per la tutela dell’ambiente secondo la quale i benefici per gli investimenti ambientali sono “rigorosamente limitati ai costi di investimento supplementari” (i c.d. sovraccosti, appunto), necessari per conseguire gli obiettivi di tutela ambientale, tenendo anche conto degli eventuali investimenti ambientali realizzati nei periodi di imposta precedenti.

La  Comunicazione n. 2008/C82/01 del 1 aprile 2001, va – infatti – a riempire il vuoto normativo lasciato dal Legislatore nazionale laddove, ai punti 105 e 106, prevede rispettivamente che “per quanto riguarda le fonti energetiche rinnovabili, i costi ammissibili si limitano ai sovraccosti sostenuti dal beneficiario rispetto ai costi caratteristici di una centrale elettrica tradizionale o di un sistema di riscaldamento tradizionale di pari capacità in termini di produzione effettiva di energia” e che “i costi ammissibili vanno calcolati al netto di qualsiasi profitto e costo operativo connesso con gli investimenti supplementari per le fonti di energia rinnovabili e verificatosi durante i primi cinque anni di vita dell’investimento in esame”.

Si aggiunga che, sempre stando alle le indicazioni di matrice europea, la sequenza procedimentale da seguire per la determinazione dei sovraccosti stessi deve articolarsi in due fasi consequenziali. Ovverosia: in un primo è da computarsi il maggior impegno finanziario impiegato per sostenere gli investimenti ambientali, rispetto a quelli tradizionali e, in un secondo momento, da questo risultato netto devono essere sottratti “i profitti operativi” e aggiunti i “costi operativi”, con il concorso di tutte le componenti economiche (siano essere positive e/o negative), attinenti all’investimento ambientale, per un arco temporale della durata di cinque anni.

Ne consegue, pertanto, che i profitti e i costi di cui al punto 106, della citata Comunicazione, non devono essere intesi quali una specificazione di quelli di cui al punto 105; al massimo ne rappresentano un di più, finalizzato all’individuazione dell’agevolazione.

Le argomentazioni testé svolte, sono state in plurime occasioni avvalorate dalla giurisprudenza di settore, la quale, in numerose pronunce, ha sostenuto la posizione dei contribuenti, che hanno cumulato i costi di ammortamento a quelli operativi, andando a tacciare di illegittimità il provvedimento di revoca del beneficio irrogato dall’Ente.

Si citano, in particolare le Sentenze della Commissione Tributaria Provinciale di Pesaro del 23 ottobre 2017 n. 1.202 e quella della Commissione Tributaria Provinciale di Vercelli del 28 febbraio 2018 n. 16/17 secondo cui, rispettivamente: “nel momento in cui la normativa agevolatrice consente di decurtare i costi operativi nel calcolo dei vantaggi che derivano da altre misure di aiuto (tariffe incentivanti), tra i primi devono essere inclusi anche quelli di ammortamento” e “le contestazioni dell’Agenzia delle Entrate sono da ritenersi infondate in quanto sull’inclusione nella metodologia di calcolo adottata della sola componente “quota ammortamento”, riducendo arbitrariamente le risultanze della perizia giurata nella quale risultano perfettamente rispettati i limiti consentiti della detassazione dell’investimento ambientale in trattazione”.

Ancor più tranciante, poi, può ritenersi la pronuncia della Commissione Tributaria Regionale della Valle d’Aosta (e quindi un organo giurisdizionale di seconda istanza) la quale, con la Sentenza n. 16 del 1 ottobre 2018 ha affermato “che dalla normativa nazionale e comunitaria non si rinvengono sbarramenti alla procedura di calcolo seguita che include i costi di ammortamento tra i costi normativi, anzi semmai dalla previsione dell’art. 2425 c.c. si può desumere, al contrario, che i costi di ammortamento rientrano a pieno titolo tra i c.d. costi operativi”.

Concludendo, a favore della tesi sostenuta dai contribuenti depone anche un dato normativo, costantemente citato dalla Giurisprudenza di merito, derivante dalla delibera della Regione Toscana n. 372 del 11 maggio 2009, nella quale viene esplicitamente proposto un modello di calcolo matematico per l’analisi dei progetti di investimento per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili allo scopo di determinare i costi ammissibili al finanziamento pubblico nel rispetto della disciplina comunitaria degli aiuti di stato per la tutela ambientale. La Regione, in particolare, prima di adottate il predetto provvedimento ha, correttamente e scrupolosamente, interrogato la Commissione Europea chiedendo chiarimenti in ordine alla corretta interpretazione della disciplina di stampo comunitario.

Quest’ultima ha espresso parere favorevole, sostenendo che “le principali voci di costo che contribuiscono a determinare il costo di produzione di energia a Kwh possono essere così riassunte: (i) costi d’investimento ripartiti lungo la vita dell’impianto, che comprendono voci di costo afferenti lo studio di fattibilità e l’impiantistica accessoria collegata funzionalmente all’impianto”. Ebbene, è evidente come i “costi d’investimento ripartiti lungo la vita dell’impianto” altro non siano che gli ammortamenti.

Lo Studio Legale, con sede in Conegliano (TV) (clicca qui), sta assistendo società e soggetti privati che si sono viste revocare i benefici della Tremonti Ambiente già concessi in relazione agli impianti fotovoltaici in esercizio, a causa di questa interpretazione normativa data dall’Agenzia delle Entrate e provvederà a comunicare tempestivamente gli esiti dei contenziosi pendenti.

Avv. Romina Zanvettor

Avv. Elena Andreetta

Conti Energia e Tremonti Ambiente: l’inclusione dell’ammortamento ai fini del calcolo della detassazione, nei contenziosi contro l’Agenzia delle Entrate.