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Banca Valsabbina: l’Arbitro Consob pubblica nuove condanne a favore dei “risparmiatori traditi”.

Banca Valsabbina ancora condannata dall’Arbitro per le Controversie Finanziarie, che, nella seduta dell’10 aprile 2019, ha dichiarato l’obbligo per l’istituto finanziario di corrispondere  ad altri due propri azionisti un importo pari al controvalore dell’investimento, rivalutato e maggiorato degli interessi legali, detratto, tuttavia, il valore attuale marginale dei titoli ancora in portafoglio.

Le decisioni, emesse in favore di clienti dello Studio Legale RZLEX, si pongono sulla stessa linea già tracciata dalla decisione pronunciato qualche giorno fa e (cliccando qui) troverete il relativo commento.

Anche in questi casi, nei ricorsi è stato imputato alla Banca il mancato rispetto degli obblighi di diligenza, correttezza, informazione e trasparenza nel momento dell’acquisto dei titoli, comprati nella convinzione che si trattasse di un investimento sicuro. Invece, a partire da settembre 2016, le azioni della Banca Valsabbina hanno subito una drastica diminuzione del loro valore, con difficoltà o addirittura impossibilità di realizzo.

Nonostante le difese approntate da Banca Valsabbina nel corso del procedimento, gli Arbitri ha ritenuto che la Banca non ha verificato l’adeguatezza degli investimenti proposti al profilo di rischio “basso” degli acquirenti, omettendo di fornire informazioni con riferimento alla natura illiquida del prodotto in questione.

Il Collegio ha rilevato che Banca Valsabbina non ha fornito la benchè minima prova di aver assolto i propri obblighi di legge nello svolgimento della sua funzione di intermediario, non avendo indicato gli opportuni “strumenti informativi sull’andamento degli scambi, sulla misura e la frequenza delle negoziazioni delle azioni … di propria emissione”.

A causa della mancata dovuta consulenza, i clienti hanno scaturito scelte di investimento inconsapevoli, acquistando azioni ritenute realizzabili in qualunque momento, in realtà “assenza di un efficiente e continuo sistema di cambio”.

Il termine per il pagamento  delle somme è stato fissato, in entrambi i casi, in trenta giorni dalla ricezione della decisione.

Lo Studio Legale, che sta attendendo altre pronunce nei già radicati contenziosi contro Banca Valsabbina, è a disposizione per informazione da richiedersi presso la sede di Conegliano.

Avv. Romina Zanvettor

Avv. Elena Andreetta

Banca Valsabbina: l’Arbitro Consob pubblica nuove condanne a favore dei “risparmiatori traditi”.

Reddito di partecipazione dell’accomandante: niente presunzioni per il socio estraneo alla gestione.

Nessuna presunzione di distribuzione di utili in capo al socio accomandante. Ad affermarlo è la sentenza 522/25/2019 della CTR Lombardia (Presidente Frangipane, Relatore Vicini).
La vicenda è scaturita da un’imponente indagine a raggera, su un gruppo di società con sedi nel territorio della provincia di Brescia, condotta ancora nel lontano ottobre 2012, dalla Guardia di Finanza. Gli accertamenti si sono conclusi con la contestazione di falsa fatturazione, anche nei confronti di una delle società s.a.s. del gruppo e dei due suoi soci, l’uno accomandante l’altro accomandatario e legale rappresentante.
Ne è conseguita poi la notifica, da parte dell’Agenzia delle Entrate, di plurimi avvisi di accertamento, per svariati milioni di euro, sia in capo alla società s.a.s. che ai soci, per l’omesso versamento di Iva, Irpef, Irap e addizionali regionali e comunali, relativamente alla presunta distribuzione degli utili societari, derivanti dall’emissione di fatture per operazioni inesistenti e realmente mai incassate.
Il caso è stato seguito, sin dall’inizio, dall’Avv. Romina Zanvettor, con studio in Conegliano (TV) (clicca qui), che ha proposto ricorso in Commissione Tributaria Provinciale, in favore del socio accomandante, totalmente estraneo alla vicenda.
Nel processo non si sono costituiti né la società s.a.s., né il socio accomandatario.
Nonostante le strenue difese del ricorrente e le prove documentali versate in atti, la sentenza di primo grado ha visto respinte le richieste del socio accomandante, con condanna al pagamento di quanto già indicato negli avvisi di accertamenti e ammontante a oltre sei milioni di euro.
Il contribuente, allora, è ricorso in appello, evidenziando, in modo ancora più tranciante, la sua assoluta estraneità alla gestione della società s.a.s. e, conseguentemente, ai fatti oggetto di contestazione, comprovata anche dalle risultanze della Guardia di Finanza, che non lo avevano mai citato come soggetto responsabile dei delitti ascritti e poi deferiti alla Procura della Repubblica di Brescia.
I Giudici di secondo grado hanno accolto le argomentazioni del socio accomandante e hanno riformato la sentenza della CTP, dichiarando illegittimi gli avvisi di accertamento impugnati, ai fini Irpef, in capo al socio accomandante.
A poco sono servite le controdeduzioni dell’Ente impositore, nella parte in cui ha richiamato, a suffragio della propria posizione, all’art. 5 del T.U.I.R., laddove recita che “i redditi delle società semplici, in nome collettivo e in accomandita semplice residenti nel territorio dello Stato sono imputati a ciascun socio, indipendentemente dalla percezione, proporzionalmente alla sua quota di partecipazione agli utili”.
La Commissione Tributaria Regionale, nella propria sentenza, ha rilevato che la società s.a.s. c.d. “cartiera” era, in realtà, gestita da un amministratore di fatto e che il socio accomandatario altro non era che un prestanome, ingaggiato dal primo.
Mentre il ricorrente è stato ritenuto del tutto estraneo alle dinamiche sociali, perché impossibilitato a esercitare un effettivo potere di controllo sulla società s.a.s. e perché non aveva mai percepito proventi della società s.a.s.., come attestato dalle perquisizioni effettuate dalla Guardia di Finanza e dagli estratti conto bancari.
Peraltro, soltanto l’amministratore di fatto e il socio accomandatario sono stati rinviati a giudizio dalla Procura della Repubblica di Brescia, per il reato di emissione di fatture inesistenti (art. 8 Dlgs. 74/2000).
Il socio accomandante, invece, non è stato imputato in alcun processo penale.
La CTR, quindi, ha statuito in materia un nuovo e fondamentale principio di diritto: la presunzione legale di percezione degli utili dettata dall’art. 5 del T.U.I.R. è da ritenersi superata, allorquando nel giudizio risulti debitamente dimostrata l’estraneità del socio alla gestione di società di persone.
A seguire potrete trovare il testo completo della sentenza (clicca qui).

Lo Studio Legale RZLEX è a disposizione per consulenza ed assistenza in materia.

Avv. Romina Zanvettor

Avv. Elena Andreetta

 

Reddito di partecipazione dell’accomandante: niente presunzioni per il socio estraneo alla gestione.

Conto Arancio: sospesa la possibilità di aprire nuovi conti correnti.

Brutte notizie per il colosso bancario Ing Direct, di cui fa parte Conto Arancio, che attualmente risulta essere oggetto di investigazioni a carattere transnazionale.

A seguito, infatti, di un’indagine condotta, tra gli altri, da Bankitalia è emersa un’imponente serie di truffe poste in essere in vari paesi dell’Unione Europea.

Lo schema del raggiro era sempre il medesimo: su piattaforme, quali – per esempio – Amazon ed Air B&B, del tutto ignare della cosa, venivano pubblicati annunci per la vendita di prodotti o per l’affitto di immobili. Agli acquirenti/affittuari veniva, poi, chiesto di procedere al pagamento per il tramite di bonifico bancario in conti correnti accesi proprio presso l’Istituto olandese, il tutto bypassando i sistemi di sicurezza predisposti per far fronte a queste tipologie di illeciti.

Ad indagare, ora, è la Procura di Milano che si è attivata dopo l’arrivo di tutta una serie di Ordini di indagine europei (in acronimo: Oei).

Gli importi delle truffe non erano particolarmente rilevanti, tuttavia a far scattare l’allarme è stata la serialità dei comportamenti scorretti.

Al momento, si ipotizza il reato di riciclaggio, e – stando a quanto riportato dal Sole 24 Ore – non sembra azzardato pensare anche ad una responsabilità oggettiva della Banca a causa delle falle nei suoi sistemi di antiriciclaggio emerse in occasione dell’ispezione condotta nei mesi passati da Banca d’Italia.

A seguito di questi controlli, l’Ente ha, recentemente, comunicato di aver vietato l’apertura di nuovi conti correnti su Conto Arancio, visto che i sistemi di segnalazione (c.d. red flag) predisposti per impedire i reati in commento non si sono attivati.

È opportuno ribadire, tuttavia, che per coloro che sono già clienti non sono stati presi provvedimenti di sorta, le loro linee contrattuali mantengono completa operatività e non ci sono rischi per i depositi dei risparmiatori, i quali possono considerarsi del tutto indenni dalle vicende di questi giorni.

Lo Studio Legale RZLEX, presso la sua sede di Conegliano (clicca qui), è a disposizione per tutelare gli interessi di eventuali soggetti che dovessero ritenere di essere incorsi nel raggiro in esame.

Avv. Romina Zanvettor

Avv. Elena Andreetta

Conto Arancio: sospesa la possibilità di aprire nuovi conti correnti.

Banca Valsabbina condannata dall’Arbitro Consob al risarcimento del “Risparmiatore Tradito”.

Nella seduta del 18 marzo 2019, l’Arbitro per le Controversie Finanziarie ha accolto il ricorso presentato da un azionista bresciano, nei confronti Banca Valsabbina, dichiarando l’Intermediario, tenuto a corrispondere all’azionista un importo pari al controvalore investito, oltre a interessi e rivalutazione monetaria, detratto il valore attuale dei titoli permasti in portafoglio e delle somme in cassate nel tempo, a titoli di dividendo.

Il ricorrente, difeso dall’Avv. Romina Zanvettor, esperta di diritto bancario con studio in Conegliano (TV), (clicca qui) aveva censurato l’inadempimento di Banca Cooperativa Valsabbina agli obblighi di diligenza, correttezza, informazione e trasparenza nella prestazione del servizio di consulenza, con riferimento ai propri investimenti in titoli azionari del medesimo istituto, effettuati sino al 2015, epoca precedente alla perdita di valore del titolo stesso, a seguito della sua quotazione sul mercato Hi-Mtf (sistema scambi attivato in data 18.07.2016).

L’Arbitro, dopo aver esaminato la documentazione in atti, ha ritenuto che la Banca, in concomitanza alle operazioni di acquisto titoli del Cliente non ha mai espletato alcuna valutazione di adeguatezza, mancando altresì di fornire il set informativo parametrato al profilo del Cliente e alla natura del titolo illiquido, secondo quanto invece previsto dall’art. 21 del T.U.F.

Il Collegio esplicitamente ha ritenuto che: “Gli specifici obblighi informativi incombenti sugli intermediari nel rapportarsi con la propria clientela si inseriscono, infatti, in un quadro normativo la cui pietra angolare risiede proprio nella capacità di servire al meglio gli interessi del singolo cliente, adattando la prestazione erogata in ragione delle specifiche caratteristiche (esperienza, conoscenza, obiettivi di investimento, situazione patrimoniale) del contraente”.

Accertata così la responsabilità dell’Intermediario, con riguardo alle carenze informative e comportamentali e sotto il profilo risarcitorio del danno, ne è conseguita la diretta condanna, fissando il termine per l’esecuzione in trenta giorni.

Lo Studio legale dell’Avv. Romina Zanvettor, che da qualche anno sta seguendo plurimi contenziosi contro Banca Valsabbina, (clicca qui) per illegittima intermediazione finanziaria, resta in attesa di prossime favorevoli decisioni dell’ACF.

Avv. Romina Zanvettor

Banca Valsabbina condannata dall’Arbitro Consob al risarcimento del “Risparmiatore Tradito”.

Banche decotte: il Tribunale di Ancona condanna al risarcimento la società di revisione.

Novità potenzialmente dirompenti si stagliano all’orizzonte delle vicende susseguenti ai crack delle Banche italiane, dichiarati negli anni scorsi e relativi non solo a Veneto Banca e a Banca Popolare di Vicenza.

Il Tribunale di Ancona, con la sentenza n. 331 del 20 febbraio 2019, pubblicata qualche giorno fa, ha – per la prima volta – condannato al risarcimento del danno cagionato al risparmiatore, la società di revisione PricewaterhouseCoopers (PwC), che aveva approvato i bilanci dell’istituto di credito, poi caduto in rovina.

Più precisamente, il privato aveva sottoscritto, nel corso del 2012, un ingente numero di azioni ordinarie su invito dell’allora Banca Marche S.p.A. al prezzo di 0,85 € cadauna. A seguito delle note vicende il valore dei titoli era stato completamente azzerato comportando una perdita di qualche centinaia di migliaia di euro per il risparmiatore, così tradito.

I Giudici, nell’analizzare la complessa vicenda portata alla loro attenzione, hanno posto un accento particolare sull’art. 94 del Testo Unico della Finanza (TUF) disciplinante, in modo specifico, la responsabilità da prospetto, da riferirsi non solo alla banca emittente, ai Presidenti del Consiglio di Amministrazione e del Collegio Sindacale ma, altresì, alla società di revisione.

A quest’ultima, in particolare, si è imputato di aver espresso – nelle proprie relazioni – “un giudizio senza rilievi in ordine ai bilanci ed alle relazioni finanziarie” della Banca sopra citata; relazioni che, successivamente, sarebbero confluite, in un primo momento, nei bilanci di esercizio e, in un secondo momento, nel prospetto comunicato al risparmiatore al momento della sottoscrizione delle azioni.

La responsabilità per la veridicità di quanto contenuto nelle predette certificazioni – poi tradotte nel prospetto, ed emesse della Società di Revisione, a parere del Collegio Giudicante è derivata dalla disposizione legislativa di cui all’art. 96 TUF. Detta norma dispone, infatti, che “l’ultimo bilancio e il bilancio consolidato eventualmente redatto dall’emittente sono corredati dalle relazioni di revisione nelle quali un revisore legale o una società di revisione legale iscritti nel registro tenuto dal Ministero dell’economia e delle finanze esprimono il proprio giudizio. L’offerta avente ad oggetto prodotti finanziari diversi dagli strumenti finanziari comunitari non può essere effettuata se il revisore legale o la società di revisione legale hanno espresso un giudizio negativo ovvero si sono dichiarati impossibilitati ad esprimere un giudizio”.

Ne è conseguito che, per il risparmiatore è stato sufficiente provare, in sede di giudizio, la sola esistenza del nesso causale esistente tra il danno occorsogli e la condotta tenuta dalla banca, oltre che dai suoi organi di controllo e certificazione.

Solo un monito giunge, infine, dall’importante decisione in commento. Sarà d’obbligo porre particolare attenzione al regime prescrizionale della vicenda. Il diritto a chiedere il risarcimento del danno nei confronti della società certificativa, infatti, si esaurisce nel termine ultimo di 5 anni dalla pubblicazione del prospetto. Con l’unica eccezione per cui il danneggiato potrà far valere i suoi diritti successivamente a tale termine solamente laddove riesca a provare che ha appreso la falsità delle informazioni nei due anni anteriori all’esercizio dell’azione giudiziaria.

Cliccando qui potrete consultare il testo integrale della sentenza in commento.

Lo Studio Legale RZLEX sta valutando le soluzioni giuridiche più opportune a tutela dei danneggiati dalle crisi bancarie.

Avv. Romina Zanvettor

Avv. Elena Andreetta

Banche decotte: il Tribunale di Ancona condanna al risarcimento la società di revisione.

Conti Energia e Tremonti Ambiente: l’ammortamento nei contenziosi contro l’Agenzia delle Entrate.

Lo Studio Legale RZLEX sta seguendo un’ampia casistica di controversie incardinate contro l’Agenzia delle Entrate, nelle varie sedi d’Italia, in relazione al contenzioso concernente la revoca della detassazione prevista dalla Tremonti Ambiente per l’intervenuta realizzazione di impianti fotovoltaici incentivati con i Conti Energia.

Più precisamente, l’Ente sta procedendo con una contestazione a tappeto dei conteggi eseguiti dagli imprenditori per l’ottenimento dell’agevolazione fiscale, di cui alla L. n. 388/2000, invocando un’errata determinazione del valore detassabile qualora, all’interno dei costi operativi sia stata ricompresa la componente “ammortamento” che, invece, a detta degli Uffici, dovrebbe concorrere per la determinazione del c.d. sovraccosto.

Secondo questa tesi, i soggetti giuridici avrebbero considerato il costo dell’investimento eco-compatibile una prima volta, per l’intero, nella componente “costo d’investimento”, e una seconda volta, per una quota parte, nella componente “ammortamento”, limitatamente alla quota di ciascun anno considerato. L’agevolazione, pertanto, a detta dell’Agenzia delle Entrate, sarebbe stata percepita in misura doppia, quantomeno per la quota corrispondente all’ammortamento stesso.

Le sanzioni prospettate, tuttavia, si rivelano illegittime se confrontate con il dato normativo, nazionale e comunitario, e con la Giurisprudenza di settore che, al momento, riconosce, in prevalenza, le ragioni dei contribuenti.

Andando più nello specifico, né la norma italiana né quella europea Europea vietano in alcun modo la possibilità di procedere al computo dei costi di ammortamento ai fini della quantificazione dell’agevolazione.

Per l’approfondimento della casistica, si rinvia ad un commento pubblicato dallo Studio Legale RZLEX di Conegliano (clicca qui), che è a disposizione per consulenza ed assistenza in materia.

Avv. Romina Zanvettor

Avv. Elena Andreetta

Conti Energia e Tremonti Ambiente: l’ammortamento nei contenziosi contro l’Agenzia delle Entrate.

Truffa dei diamanti: chiamati a rispondere alcuni istituti di credito.

È di qualche giorno fa la notizia per cui la Procura della Repubblica di Milano, dopo almeno un anno di indagini, ha sequestrato beni per 743,3 milioni di euro a due società e quattro banche, per la vendita di diamanti, a fini di “investimento sicuro” tra il 2011 ed il 2016.

Più in particolare le società Diamond Private Investment e la fallita Intermarket Diamond Business erano solite collocare diamanti, attraverso i canali bancari di Banco Bpm-Banca Aletti, Unicredit, Intesa San Paolo e Montepaschi, ai risparmiatori che avevano palesato l’interesse ad investire su beni di lusso non soggetti a svalutazione.

Dalle indagini della Procura, tuttavia, è emersa la circostanza per cui le pietre sono state decisamente sovrastimate, con la conseguenza che gli ignari clienti hanno acquistato beni per un valore decisamente superiore a quello reale.

I truffati, peraltro, sono numerosissimi in quanto l’investimento sul gioiello era stato rappresentato come particolarmente allettante perché del tutto immune da un qualsivoglia rovescio finanziario come, ad esempio, i noti crack delle banche venete che tanti fondi hanno azzerato.

Il fatto, poi, che le società avevano sfruttato le banche per il collocamento dei preziosi (gli istituti di credito avevano messo a disposizione i loro sportelli per il perfezionamento delle compravendite) aveva rassicurato il privato che, quindi, si era convinto di acquistare un bene “garantito”, attraverso un canale blindato.

Al momento i reati astrattamente ipotizzati sono truffa aggravata e autoriciclaggio; le banche, poi, saranno chiamate a rispondere, ai sensi e per gli effetti della legge regolante la responsabilità amministrativa degli enti, con riferimento a quest’ultimo delitto visto che, a seguito della vendita dei diamanti queste percepivano laute commissioni.

Di non poco momento, inoltre, appare anche la circostanza per cui l’Authority garante della concorrenza e dei mercati avesse già censurato i predetti comportamenti nel corso dell’anno 2017 giudicandoli omissive e ingannevoli.

Lo Studio Legale sta seguendo attentamente la vicenda e continuerà a pubblicare gli sviluppi dei fatti maggiormente significativi, assicurando tutela a coloro che hanno subito i danni sopra descritti.

Avv. Romina Zanvettor

Avv. Elena Andreetta

Truffa dei diamanti: chiamati a rispondere alcuni istituti di credito.

Banca popolare di Vicenza: la Cassazione conferma il sequestro dei beni.

Prosegue la vicenda che vede coinvolti gli ex vertici della Banca Popolare di Vicenza, oggi in liquidazione coatta amministrativa, a seguito delle incresciose vicende che hanno portato al noto crack finanziario dell’istituto di credito.

E infatti, mentre presso l’aula bunker di Mestre si svolge il processo penale (attualmente in fase dibattimentale con prossima udienza prevista per il 21 marzo 2019), la Cassazione ha definitivamente statuito in ordine al sequestro dei beni pronunciato, in prima istanza, in sede di udienza preliminare e disposto nei confronti, oltre che degli imputati, anche dei loro familiari a favore dei quali erano stati posti in essere atti di disposizione del patrimonio, poi ritenuti inefficaci dalla magistratura.

Più nel dettaglio, le parti civili hanno chiesto al Giudice per le Indagini Preliminari di voler disporre il sequestro conservativo sui beni appartenenti o appartenuti agli ex vertici di BpVi, al fine di poter ristorare le persone offese nel caso in cui, al termine della querelle giudiziaria, si fosse giunti ad una condanna definitiva comprensiva di statuizioni civili.

Ebbene, il GIP, con provvedimento del 15 febbraio 2018 ha accolto le domande avanzate dai risparmiatori traditi e ha posto i sigilli anche nei confronti dell’ex moglie di Zonin e del compagno di Zigliotto. Ordinanza questa, che è stata confermata in sede di riesame con pronuncia del 4 maggio 2018.

A seguito di ciò, le difese degli imputati sono ricorsi al massimo organo giurisdizionale chiedendo alla Suprema Corte di Cassazione di voler riformare quando in precedenza statuito, attraverso la presentazione otto motivi di doglianza nei quali hanno lamentato svariate violazioni di legge, tali per cui il provvedimento di blocco dei beni sarebbe stato illegittimo e pertanto da porre nel nulla.

Gli Ermellini, tuttavia, con una motivazione articolata, hanno analizzato ogni motivo di ricorso disattendendo tutte le richieste e confermando in toto i provvedimenti del GIP e del riesame con la conseguenza che i beni già precedentemente sottoposti a vincolo rimangono, a tutt’oggi, fuori dalla disponibilità dei loro proprietari.

Di seguito potrete trovare il testo della sentenza della Corte di Cassazione (cliccando quì).

Avv. Romina Zanvettor

Avv. Elena Andreetta

Banca popolare di Vicenza: la Cassazione conferma il sequestro dei beni.

Veneto Banca: la cassazione conferma il sequestro dei beni dell’ex amministratore delegato Consoli.

Nuovi sviluppi per la vicenda che ha come protagonisti i vertici di Veneto Banca: la Corte di Cassazione, con una sentenza pubblicata giusto ieri, ha confermato il sequestro preventivo disposto dal Tribunale di Treviso, nei confronti dell’ex amministratore delegato Vincenzo Consoli.

Il provvedimento, irrogato ai fini di una futura confisca per equivalente, aveva ad oggetto – preliminarmente – i beni mobili e immobili del ex vertice dell’istituto di credito e, in un secondo momento, era stato “esteso” anche al conto corrente intestato alla moglie. Il tutto portava a un capitale complessivo di oltre 45 milioni di euro.

La decisione della Suprema Corte (che troverete in versione integrale cliccando qui)si struttura nel modo che segue: in primo luogo gli Ermellini hanno respinto la questione di legittimità costituzionale, sollevata dalla difesa di Consoli, in ordine al comma 2 dell’art. 2641 del codice civile disciplinante proprio la misura della confisca.

A sostegno della propria tesi, gli avvocati dell’ex amministratore delegato avevano poi riportato un precedente dei medesimi Giudici, sulla scorta del quale avevano censurato l’incostituzionalità della norma in esame, in quanto avrebbe portato, necessariamente, all’applicazione di una sanzione sproporzionata rispetto al delitto commesso: le somme effettivamente sottoposte a vincolo, invece di essere calcolate sul prezzo, prodotto o profitto del reato sarebbero state calibrate sulla base dei fondi (decisamente più ingenti) utilizzati proprio per commettere l’illecito medesimo.

Ulteriore precisazione evidenziata dalla difesa aveva riguardato la circostanza per cui tali fondi neppure sarebbero appartenuti al Consoli, provenendo dall’istituto di credito da questo amministrato.

A tal riguardo la Corte di Cassazione, invece, ha posto sotto la lente d’ingrandimento tutta una serie di questioni, dalle quali ha fatto discendere la conferma del provvedimento di sequestro, considerato necessariamente legittimo.

Superato il richiamo giurisprudenziale relativo agli illeciti amministrativi, e non ai reati si è rilevato legittimamente come il Gip trevigiano, nel quantificare i beni da vincolare aveva proceduto a una mera somma algebrica utilizzando, come addendi, i beni utilizzati dal Consoli (e dallo stesso determinati) per porre in essere i delitti di cui ai vari capi di imputazione.

L’indagato, infatti, nelle attività contestate, aveva avuto modo di compiere tutta una serie di operazioni al fine ultimo di ostacolare le attività di vigilanza di Consob e di Banca d’Italia, simulando un apprezzamento del mercato degli strumenti finanziari dell’istituto di credito di appartenenza ed il cui riacquisto era stato garantito dallo stesso Consoli, in nome e per conto di Veneto Banca.

Concludendo, i Giudici di legittimità, hanno respinto anche le doglianze sollevate relativamente alla circostanza per cui i beni sequestrati apparterrebbero al solo Consoli, ovvero a soggetti a lui riconducibili (nella fattispecie il conto corrente intestato alla moglie) e non a Veneto Banca. Ebbene, con riferimento a questo aspetto la Corte ha evidenziato chiaramente come la banca, dalle condotte poste in essere dal suo ex amministratore delegato, non ha mai ottenuto alcun vantaggio; anzi, così operando, il dissesto sarebbe diventato ancora più profondo portando, infine, alle note conseguenze.

Avv. Romina Zanvettor

Avv. Elena Andreetta

Veneto Banca: la cassazione conferma il sequestro dei beni dell’ex amministratore delegato Consoli.

Banca Popolare di Vicenza dichiarata insolvente. Nuove prospettive per i risparmiatori traditi.

È di ieri la decisione del Tribunale civile collegiale di Vicenza di dichiarare l’insolvenza di Banca Popolare di Vicenza per circa 3 miliardi e 500 milioni di Euro. Decisione, questa, che apre nuove prospettive per la Procura e per i risparmiatori “traditi”.

La sentenza emessa dal Giudice, dott. Giuseppe Limitone, segue la linea già tracciata dal Tribunale di Treviso con riferimento a Veneto Banca, anch’essa dichiarata insolvente qualche mese fa con una pronuncia che, attualmente, è posta al vaglio della Corte d’Appello di Venezia, per un rinnovamento della perizia.

In particolare, basandosi su quella che è la tesi sostenuta nell’elaborato peritale, depositato nel novembre scorso dal Prof. Bruno Inzitari e dal Prof. Luciano Matteo Quattrocchio, è stata decretata anche l’incapacità dell’istituto di credito vicentino a portare avanti la propria attività a far data dalla sua messa in liquidazione (il 25 giugno 2017).

Una decisione di fondamentale importanza; infatti, ora si aprono tutta una serie di opzioni, sia per la Procura, sia per i risparmiatori danneggiati dal crack, che prima erano normativamente precluse. Più precisamente i PM adesso potranno investigare anche in ordine ai delitti di bancarotta con le conseguenti possibilità di indagare soggetti che attualmente non risultano essere ricompresi all’interno del procedimento penale già instaurato a carico dei vertici, ed in pieno svolgimento (http://www.rzlex.it/processo-banca-popolare-di-vicenza-il-dibattimento-proseguira-in-aula-bunker-a-mestre). Senza considerare, poi, che il succitato delitto prevede delle pene che, nel caso più grave, possono arrivare fino a 15 anni di reclusione, con conseguente allungamento dei termini prescrizionali, chiaramente a favore degli organi inquirenti e delle persone offese, aumentando le loro chances di veder condannati i responsabili delle loro perdite.

Altra opportunità che potrebbe rivelarsi favorevole ai risparmiatori è quella di agire giudizialmente, attraverso azioni revocatorie, per poter aggredire i beni dei vertici dell’istituto di credito, aumentando – così – le possibilità di ottenere ulteriori ristori per gli investimenti perduti.

Al momento, tuttavia, i difensori di Zonin hanno già annunciato la loro intenzione di opporsi alla decisione in esame, proponendo apposito ricorso davanti alla Corte d’Appello veneta. Si rimane, pertanto, in attesa degli sviluppi e delle decisioni provenienti tanto dalla Procura, quanto dalle difese dei diretti interessati.

Lo Studio Legale provvederà ad aggiornare tempestivamente i propri Clienti in merito a ogni novità.

Avv. Romina Zanvettor

Avv. Elena Andreetta

Banca Popolare di Vicenza dichiarata insolvente. Nuove prospettive per i risparmiatori traditi.