La clausola risolutiva espressa

La clausola risolutiva espressa

La clausola risolutiva espressa è una pattuizione che attribuisce al contraente il diritto potestativo di ottenere la risoluzione del contratto per l’inadempimento di controparte, ovverosia al verificarsi di un fatto oggettivo contemplato dalle parti come fondamentale per la sorte del rapporto, senza doverne provare l’importanza.

Il codice civile disciplina la possibilità di inserimento di detta clausola all’art. 1456, sancendo che “i contraenti possono convenire espressamente che il contratto si risolva nel caso che una determinata obbligazione non sia adempiuta secondo le modalità stabilite. In questo caso la risoluzione si verifica di diritto quando la parte interessata dichiara all’altra che intende valersi della clausola”.

Di prassi, questa previsione è direttamente inserita nel contratto, costituendone parte integrante; tuttavia si può verificare il caso in cui la stessa sia prevista con un atto autonomo, che deve rivestire la medesima forma del contratto cui accede, pena la nullità.

Non solo. Le parti devono precisare con la clausola di cui all’art. 1456 c.c. quale o quali siano le obbligazioni contrattuali che devono essere adempiute, pena la risoluzione, perché nel caso in cui l’indicazione sia generica o, addirittura, faccia riferimento alla totalità degli accordi contenuti nel contratto, essa non avrà alcun valore e sarà ritenuta nulla per indeterminatezza o inefficacia, perché considerata di “mero stile” (cfr. ex multis Cass. Civ., Sez. VI, 11 marzo 2016, n. 4796; App. Milano, 19 febbraio 2018, n. 889; Trib. Bologna, 2 febbraio 2018; Trib. Bari, Sez. III,  23 gennaio 2014).

A differenza dell’azione di risoluzione del contratto per inadempimento ex art. 1453 c.c., che mira a una pronuncia costitutiva diretta a sciogliere il vincolo contrattuale, previo accertamento da parte del Giudice della gravità dell’inadempimento, l’azione di risoluzione prevista dall’art. 1456 c.c. supera la necessità di una valutazione giudiziale della gravità dell’inadempimento, poiché sono le stesse parti, attraverso un giudizio ex ante, ad aver individuato le violazioni ritenute sufficientemente gravi da comportare la risoluzione. In questo caso, dunque, il Giudice emetterà una pronuncia dichiarativa dell’avvenuta risoluzione di diritto come conseguenza del fatto verificatosi, imputabile alla controparte contrattuale.

La Corte di Cassazione, con sentenza del 15 ottobre 2014 n. 21836, ha precisato che la risoluzione di diritto ai sensi dell’art. 1456 c.c. postula non soltanto la sussistenza, ma anche l’imputabilità dell’inadempimento, in quanto “la pattuizione di tale modalità di scioglimento del contratto rende superflua l’indagine in ordine all’importanza dell’inadempimento, ma non incide sugli altri principi che disciplinano l’istituto della risoluzione, né da luogo, in particolare, ad un’ipotesi di responsabilità senza colpa, sicché, difettando il requisito della colpevolezza dell’inadempimento, la risoluzione non si verifica e non può dunque essere legittimamente dichiarata” (cfr. anche: Cass. Civ., Sez. III, 6 febbraio 2007, n. 2553; Cass. Civ., 5 agosto 2002, n. 11717; Cass., Sez. II, 14 luglio 2000, n. 9356).

Si rammenta che la risoluzione non avviene automaticamente, cioè non consegue de iure al mancato adempimento, ma è sempre necessario che la parte interessata dichiari all’altra che intende avvalersi della predetta clausola. Questa dichiarazione è di natura unilaterale, recettizia e, secondo la dottrina maggioritaria e la giurisprudenza prevalente, non deve rivestire particolari forme, potendo la parte manifestare la propria volontà di usufruire della clausola risolutiva espressa in ogni valido modo idoneo, anche implicito, purché incontrovertibile.

Analogo discorso anche per la rinuncia al diritto di avvalersene, che può essere manifestato espressamente o per fatti concludenti, purché non si estrinsechi come mera tolleranza. Infatti, per giurisprudenza costante, “l’operatività  della clausola risolutiva espressa non può essere esclusa in virtù della tolleranza manifestata dal creditore, trattandosi di un comportamento di per sè inidoneo a determinare una modificazione della disciplina contrattuale ed insufficiente anche ad integrare una tacita rinuncia ad avvalersi della clausola, ove lo stesso creditore, contestualmente o successivamente all’atto di tolleranza, abbia manifestato l’intenzione di avvalersene in caso di ulteriore protrazione dell’inadempimento” (cfr. Cass. Civ., Sez. I, 11 novembre 2016, n. 23065).

E’ bene segnalare, altresì, una recente pronuncia della Suprema Corte che, sottolineando l’importanza della buona fede oggettiva nell’ambito della materia contrattuale, subordina l’operatività della clausola risolutiva espressa alla valutazione del comportamento del debitore secondo buona fede. In particolare, gli Ermellini hanno ribadito l’interpretazione in base alla quale la parte non inadempiente è sempre tenuta a intrattenere rapporti collaborativi con la controparte secondo un generale canone di buona fede, anche nel caso di inadempimento di quest’ultima. Solo a seguito dell’esercizio di effettivi comportamenti collaborativi, la parte non inadempiente potrà azionare la clausola risolutiva espressa, in assenza dei quali il Giudice eventualmente adito potrà impedirne il valido esercizio in quanto avente natura abusiva (cfr. Cass. Civ., Sez. I, 23 novembre 2015, n. 23868).

In buona sostanza, secondo i Giudici di legittimità, per ottenere la risoluzione del contratto non è sufficiente che la condotta della parte inadempiente integri materialmente il fatto contemplato dalla clausola risolutiva espressa, ma occorre valutare se la sua condotta sia conforme o meno a buona fede.

Infine, si segnala che è ancora dibattuto in dottrina e in giurisprudenza se la clausola risolutiva espressa può essere inquadrata tra le clausole vessatorie ex art. 1341, comma 2, c.c..

La giurisprudenza e la dottrina maggioritarie sono giunte a escludere la natura vessatoria della pattuizione in parola, sulla scorta di due osservazioni: anzitutto sostenendo il carattere tassativo dell’elenco contenuto nell’art. 1341, comma 2, c.c., in secondo luogo, evidenziando come la clausola risolutiva espressa sia diretta soltanto a rafforzare la facoltà di risoluzione prevista dall’art. 1453 c.c. per il caso di inadempimento (Cass. Civ., 26 settembre 2006, n. 20818).

Tuttavia, vi è un altro orientamento minoritario che ritiene il patto di cui all’art. 1456 c.c. assoggettabile alla disciplina prevista dall’art. 1341 c.c., sul presupposto che l’elenco di quest’ultimo articolo, pur essendo tassativo, è suscettibile di interpretazione estensiva; così operando la clausola risolutiva espressa può essere ricondotta o nell’ambito delle clausole che ampliano la facoltà di recedere dal contratto o tra le clausole limitative della responsabilità.

Avv. Romina Zanvettor

Avv. Alessandra Tagliapietra

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