L’azienda di padre in figlio. Il patto di famiglia.

L’azienda di padre in figlio. Il patto di famiglia.

Dalle stime pubblicate recentemente dal Sole 24 Ore emerge chiaramente come meno di un terzo delle società italiane sopravvive alla seconda generazione e di queste, un’ulteriore metà, scompare tra la seconda e la terza, senza considerare che circa l’80% degli imprenditori percepisce la continuità aziendale come un problema.

Nel nostro paese, inoltre, il 95% delle imprese conta meno di 10 addetti e il numero di imprenditori con più di 60 anni è pari al 43% del totale. Queste cifre ben possono far comprendere la centralità e la delicatezza di un problema quale quello del passaggio generazionale, che segna un momento cruciale per le sorti di questi soggetti giuridici.

Le ragioni di tutto ciò sono da ricercarsi, principalmente, in motivazioni di ordine psicologico che spingono l’imprenditore a procrastinare nel passaggio di consegne, fino al momento in cui lo stesso non risulti inevitabile con la conseguenza che, spesso, la scelta non risulta adeguata.

A questo si affianca anche un’ulteriore criticità, ovvero la circostanza per cui le capacità imprenditoriali/manageriali non hanno natura ereditaria e pertanto, non è necessariamente vero che tutti i discendenti del medesimo imprenditore sono capaci di seguirne adeguatamente le orme.

Orbene, detto questo, veniamo ad analizzare quella che è stata la soluzione adottata dal legislatore per ovviare alle problematiche suesposte.

Con la Legge n. 55 del 14 febbraio 2006, è stato introdotto l’art. 768bis del codice civile disciplinante il nuovo istituto denominato “patto di famiglia”, ovvero il “contratto con cui, compatibilmente con le disposizioni in materia di impresa familiare e nel rispetto delle differenti tipologie societarie, l’imprenditore trasferisce, in tutto o in parte, l’azienda, e il titolare di partecipazioni societarie trasferisce, in tutto o in parte, le proprie quote, ad uno o più discendenti”.

Fino a questo momento, nel nostro paese, era pretermesso – visto il divieto imposto per la stipula dei patti successori – di disporre della propria successione con mezzi diversi dallo strumento testamentario. Testamento che, tuttavia, si rivelava inadeguato, per la finalità in questione, sotto un duplice profilo:

  • non impediva che, al momento dell’apertura della successione, si verificassero conflitti familiari tali da comportare lo sgretolamento del patrimonio aziendale,
  • risultava tutt’altro che teorico il rischio di incorrere in impugnazioni dell’atto di ultime volontà, a causa del mancato rispetto della quota di legittima.

Con il patto di famiglia queste eventualità sono risultate superate, attraverso tutta una serie di accorgimenti da assumere in fase di costituzione e con un onere specifico posto sulle spalle del figlio assegnatario dell’impresa o delle quote societarie.

Ma analizziamo, ora, con ordine quelli che sono gli oneri e i doveri da assolvere, affinché la successione generazionale sia valida.

In primo luogo, la Legge impone il rispetto delle disposizioni in materia di impresa famigliare e della normativa societaria in tema di trasferimento delle quote sociali, per tale ragione, di volta in volta, è necessario valutare se il negozio in questione è libero, ovvero se è necessaria l’autorizzazione da parte della compagine sociale.

L’atto, poi, deve essere redatto per atto pubblico a pena di nullità, ossia davanti ad un notaio e, qualora non siano presenti anche tutti gli altri legittimari (cioè tutti coloro che sarebbero chiamati come eredi, se il quel momento si aprisse la successione) è, altresì, doveroso allegare una relazione, redatta da un esperto, in cui sono descritti tutti i beni ed il relativo valore.

Alla sottoscrizione dell’atto costitutivo del patto di famiglia, però, deve seguire un ulteriore passaggio, a carico del discendente che si è visto assegnare la società o le quote partecipative: questo, infatti, sarà tenuto a liquidare gli altri legittimari (quali per esempio: gli eventuali fratelli e l’altro genitore) in proporzione alla loro quota di legittima, con la precisazione, tuttavia, che questa non sarà calcolata sulla base dell’intero patrimonio del genitore-donante, ma solamente sul valore dell’azienda e dei suoi beni.

Concludendo, dunque, lo strumento giuridico in commento ha la funzione di permettere all’imprenditore, quando è ancora nel pieno delle proprie capacità psico-fisiche, di scegliere a chi tramandare la propria azienda (o le proprie partecipazioni sociali), aumentando esponenzialmente le possibilità di sopravvivenza.

Possibilità che crescono anche perché, indicando anticipatamente il proprio erede designato, il capo-famiglia potrà, inoltre, fargli da mentore affiancandolo nei primi periodi alla guida dell’impresa e iniziandolo all’attività manageriale gradualmente.

Infine, come sopra già accennato, in questo modo, si evitano tutte quelle che sono le controversie, molto comuni, che si instaurano al momento della morte dell’imprenditore quando questo non ha precedentemente indicato le sue volontà in ordine alle sorti dell’azienda, ovvero lo ha fatto ma senza il rispetto di quelle che sono le disposizioni dettate in materia di successione legittima.

L’Avv. Romina Zanvettor, presso la sua sede di Conegliano (clicca qui), fornisce servizi di consulenza e/o assistenza a coloro che dovessero essere interessati all’argomento.

Avv. Romina Zanvettor

Avv. Elena Andreetta

L’azienda di padre in figlio. Il patto di famiglia.

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