Le Sezioni unite sull’assegno divorzile: ecco le novita’

Le Sezioni unite sull’assegno divorzile: ecco le novita’

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno depositato il giorno 11 luglio u.s. l’attesa sentenza sul criterio di riconoscimento dell’assegno di divorzio, intervento chiarificatore che è stato sollecitato dal primo Presidente della Suprema Corte per risolvere il contrasto di giurisprudenza esistente in materia, alla luce della innovativa sentenza n. 11504/2017 (sentenza “Grilli”), con cui è stato abbandonato il consolidato orientamento che parametrava l’assegno divorzile al tenore di vita dei coniugi.

I motivi di tale intervento

L’art 5, comma 6, della Legge n. 898/1970, stabilisce che “Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.

Dal testo sopra riportato non si evince alcun parametro di riferimento da considerare per valutare l’adeguatezza o meno dei mezzi e proprio questa indeterminatezza ha dato luogo a due orrientamenti giurisprudenziali contrapposti: l’uno – cristallizzatosi con le Sezioni Unite del lontano 1990 (sentenza n. 11490) – che ravvede l’inadeguatezza dei mezzi quando il coniuge richiedente l’assegno divorzile non abbia mezzi adeguati per mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto durante il matrimonio, l’altro – affermatosi di recente con la ota sentenza n. 11504/2017 – che individua il paramentro di inadeguatezza nella non autosufficienza economica del richiedente.

La soluzione interpretativa delle S.U.

La Suprema Corte è partita da una premessa: la società e, quindi, anche il modello familiare è notevolmente mutato rispetto a una volta. Per questo motivo, il criterio del tenore di vita, cristallizzatosi con le Sezioni Unite del 1990 non è più attuale e “adatto” al mutamento sociale avvenuto e, se venisse ancora considerato, si rischierebbe, oggi, di legittimare rendite parassitarie.

Partendo da questa premessa, dunque, è necessaria un’interpretazione dell’art. 5, comma 6, L. 898/1970 più coerente con gli standards europei e con il modello costituzionale del matrimonio (artt. 2, 3 e 29 Costituzione), che si fonda sulla uguaglianza e pari dignità dei coniugi, sulla libertà di scelta (sposarsi e divorziare) e autoresponsabilità.

L’assegno divorzile, per natura e per legge, ha funzione assistenziale per l’ex coniuge quando questi non ha mezzi adeguati e non sia in grado di procurarseli per ragioni obiettive.

Il parametro di adeguatezza, secondo la Corte, va valutato in concreto (non solo riferendosi strettamente alla mancanza dei mezzi o insufficienza oggettiva), basandosi anzitutto sulle condizioni economico-patrimoniali dei coniugi e tenendo conto degli altri indicatori dell’art. 5, comma 6, L. n. 898/1970, soprattutto del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi. Altri fattori da considerare sono la durata del matrimonio e le effettive capacità professionali e reddituali, anche in relazione all’età e al mercato del lavoro.

Secondo i Giudici di legittimità, occorre indagare se la disparità della situazione patrimoniale ed economica degli ex coniugi sia dipesa dalla modalità di conduzione della vita familiare e, quindi, da precise scelte degli stessi in costanza di matrimonio, per cui uno dei coniugi ha deciso di “sacrificare” le proprie aspettative professionali e reddituali per assumere un ruolo esclusivo o prevalente all’interno della famiglia creata (considerato quale “contributo fattivo alla formazione del patrimonio comune e a quello dell’altro coniuge”) e, nel caso in cui lo squilibrio economico-patrimoniale abbia questa “radice causale”, esso va tenuto in considerazione nella valutazione dell’adeguatezza.

Le Sezioni Unite, in buona sostanza, hanno confermato quanto già statuito dalla sentenza Grilli, ovverosia che la funzione dell’assegno non è finalizzata a ricostruire il tenore di vita coniugale,

ma ha finalità perequativa-compensativa discendente dal principio costituzionale di solidarietà, che “conduce al riconoscimento di un contributo che, partendo dalla comparazione delle condizioni economico-patrimoniali dei due coniugi, deve tener conto non soltanto del raggiungimento di un grado di autonomia economica tale da garantire l’autosufficienza, secondo un parametro astratto+ ma, in concreto, di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali ed economiche eventualmente sacrificate, in considerazione della durata del matrimonio e dell’età del richiedente. Il giudizio di adeguatezza ha, pertanto, anche un giudizio prognostico riguardante la concreta possibilità di recuperare il pregiudizio professionale ed economico derivante dall’assunzione di un impegno diverso. Sotto questo specifico profilo il fattore età del richiedente è di indubbio rilievo al fine di verificare la concreta possibilità di un adeguato ricollocamento sul mercato del lavoro”.

Riassumendo, il riconoscimento del diritto all’assegno, a detta delle Sezioni Unite, va valutato:

  1. considerando in maniera integrata tutti gli indicatori contenuti nell’incipit dell’articolo 5, comma 6, della legge numero 898/1970, perché “in quanto rilevatori della declinazione del principio di solidarietà, posto alla base de giudizio relativistico e comparativo di adeguatezza”;
  2. incentrando tale valutazione sull’aspetto perequativo-compensativo e fondandola sulla comparazione effettiva delle condizioni economico-patrimoniali alla luce delle cause che hanno determinato la successiva situazione di disparità;

iii. procedendo a un accertamento probatorio rigoroso del rilievo causale dei predetti indicatori sulla sperequazione determinatasi.

Un inciso. I giudici, nell’affermare il suddetto principio, ne hanno sottolineato l’elasticità, dovendo necessariamente essere adattato alle fattispecie concrete: “questo criterio deve essere calato nel “contesto sociale” del richiedente, un contesto composito formato da condizioni strettamente individuali e da situazioni che sono conseguenza della relazione coniugale”. Infatti, “lo scioglimento del vincolo incide sullo status ma non cancella tutti gli effetti e le conseguenze delle scelte e delle modalità di realizzazione della vita familiare”.

Avv. Romina Zanvettor

Avv. Alessandra Tagliapietra

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