Reato di insider trading. Le ultime news giurisprudenziali.

Reato di insider trading. Le ultime news giurisprudenziali.

In tema di delitto di insider trading Corte Costituzionale e Corte di Cassazione hanno segnato, proprio a fine 2018, tre importanti arresti giurisprudenziali in tema di coordinamento tra sanzioni penali e amministrative.

Ricordiamo che il reato di abuso di informazioni privilegiate (o, appunto, insider trading) risulta disciplinato dall’art. 184 del T.U.F. (D. Lgs. n. 58 del 24 febbraio 1998) e punisce quelle condotte aventi a oggetto la compravendita di titoli di una determinata società, posta in essere da coloro che godono di una posizione tale, per cui viene garantito l’accesso a informazioni riservate(https://www.brocardi.it/testo-unico-intermediazione-finanziaria/parte-v/titolo-i-bis/capo-ii/art184.html).

Procedendo con ordine rileviamo che, con la sentenza 223 del 2018 (clicca qui) la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità della normativa di settore, con riferimento alla possibilità di applicare la confisca retroattiva in maniera automatica.

Successivamente alla depenalizzazione delle condotte in esame, qualora fossero state poste in essere dai c.d. insider secondari, la stratificazione normativa intertemporale prevedeva la possibilità di applicare la misura della confisca per equivalente con efficacia retroattiva, sulla base del principio comune secondo il quale questa sarebbe stata necessariamente più favorevole al reo, che si era visto depenalizzare la propria condotta.

Tale automatismo discendeva dal fatto che, per comune pensiero, la sanzione amministrativa fosse necessariamente più favorevole a quella penale.

Il Giudice delle leggi, con la sentenza in commento, e alla luce di questo sovrapporsi legislativo ha invitato a non sottovalutare quello che è l’impatto astratto di una sanzione amministrativa, perché la stessa, in taluni casi, potrebbe rivelarsi decisamente più gravosa rispetto a quella che è la pena irrogata all’insider primario dal giudice penale.

Al fine di suffragare la propria tesi, i Giudici Costituzionali si sono ancorati, proprio, a uno dei casi dai quali è scaturita la questione di legittimità: nell’episodio in esame l’insider secondario veniva sanzionato al pagamento di somme che arrivavano a 3 milioni di Euro, con applicazione proprio della confisca per equivalente retroattiva. Tuttavia, tale pena risultava abnorme rispetto a quella che veniva irrogata all’insider primario, condannato a una multa da 10˙000,00 €.

E allora, alla luce di ciò, la Corte Costituzionale ha espunto dall’ordinamento la possibilità di procedere alla confisca per equivalente di cui all’art. 187-sexies del D. Lgs. N. 58/1998 (https://www.brocardi.it/testo-unico-intermediazione-finanziaria/parte-v/titolo-i-bis/capo-iii/art187sexies.html)  invitando i Giudici a procedere a un’operazione di confronto, operata caso per caso, in merito all’opportunità o meno di applicare la misura amministrativa in ordine a quella penale. E infatti, come dimostrato dalla stessa Corte Costituzionale, la presunzione di maggior favore della sanzione amministrativa rispetto a quella penale è da considerarsi solamente relativa.

Ma non è finita qui. A pronunciarsi, sempre con riferimento al delitto in esame, è stata anche la Corte di Cassazione valutando due profili differenti.

Un primo aspetto ha riguardato la possibilità di procedere a un sequestro preventivo ad ampio spettro in ordine ai beni legati al delitto. In particolare gli Ermellini sono stati interrogati con riferimento all’opportunità di procedere a un sequestro avente ad oggetto, non beni identificabili come il prezzo, prodotto o profitto del reato, bensì somme di denaro utilizzate per la commissione dell’illecito medesimo.

La scure della Corte ha, senza mezzi termini, decretato la possibilità di una misura di tal fatta ammettendo, conseguentemente, la legittimità di un provvedimento di sequestro riferito a beni o ad altre utilità, ma calcolato attraverso la misura dell’equivalente.

La motivazione posta alla base della decisione in parola è da rinvenirsi nel fatto che tali cifre sarebbero lo strumento utilizzato per la posa in essere del delitto e, pertanto, legate attraverso un vincolo di pertinenzialità alla condotta penalmente rilevante.

Per concludere, infine, rimane da esaminare un ultimo aspetto che la Suprema Corte ha analizzato recentemente, ovvero l’impossibilità, per organismi quali la Consob, di procedere all’applicazione di sanzioni amministrative contro colui che, in sede penale, sia stato assolto per i medesimi fatti.

La norma a cui si ancora il ragionamento risulta di pronto reperimento ed è uno dei principi giuridici fondanti il nostro sistema: il ne bis in idem, ovverosia l’impossibilità di essere condannati nuovamente per gli stessi fatti per cui si è già stati assolti o condannati.

La Cassazione, quindi ha accolto le conclusioni già raggiunte dalla Corte UE in tre sentenze depositate lo scorso marzo e motivate sulla base dell’art. 50 della Carta fondamentale dei diritti dell’Unione Europea (clicca qui); e allora, allo stato attuale, e alla luce di quanto sopra, a fare da spartiacque tra un giudizio amministrativo e un precedente giudizio penale sarà, proprio, l’esito di quest’ultimo.

Un’associazione delle due sanzioni sarà possibile solo qualora queste dovessero ambire a due obiettivi complementari (magari perché riguardanti aspetti diversi del medesimo comportamento illecito), ma, in caso di assoluzione, l’immediata applicazione del succitato art. 50 comporterà la necessaria impossibilità, per la Consob – o altro ente preposto, si applicare una qualsivoglia sanzione amministrativa.

Avv. Romina Zanvettor

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