Rimborso delle addizionali provinciali alle accise sull’energia: esiti delle recenti sentenze della Corte di Cassazione e posizione del MEF

Rimborso delle addizionali provinciali alle accise sull’energia: esiti delle recenti sentenze della Corte di Cassazione e posizione del MEF

L’applicazione dell’addizionale provinciale ai consumi di qualsiasi uso di energia elettrica, effettuati in locali e luoghi diverse dalle abitazioni, è stata introdotta dal D.L. n. 511/1988, convertito con modificazioni dalla L. 27.01.1989 n. 20 (clicca qui).

L’addizionale dell’accisa è stata applicata sul prelievo di energia elettrica fino alla sua abrogazione, a far data dal 01.01.2012, a seguito del rischio di apertura di una procedura di infrazione contro l’Italia da parte dell’Unione Europea, per incompatibilità della suddetta normativa con il diritto comunitario.

  • Possibilità di chiedere il rimborso.

Uno degli aspetti più rilevanti dell’argomento in discorso è quello di stabilire a chi spetta il diritto a richiedere il rimborso ed entro quale termine.

I soggetti coinvolti nella vicenda sono:

  • il soggetto responsabile qualificabile come venditore o fornitore di energia, oppure titolare di pacchetto fiscale per uso proprio (impianti con potenza superiore a 200 kWh);
  • il cliente finale (qualificabile come il titolare di utenze elettriche non domestiche – impianti fino a 200.000);
  • Amministrazione finanziaria (nella specie Autorità doganale), quale ente impositore.

Con la sentenza della Suprema Corte di Cassazione del 26.03.2019 n. 27101, depositata il 23.10.2019, i Giudici di legittimità hanno rilevato l’effettiva incompatibilità della norma italiana, istitutiva dell’addizionale provinciale all’accisa sull’energia elettrica, rispetto alla normativa dell’Unione Europea e statuito la sua disapplicazione.

Questo il principio di diritto dettato dalla nuova giurisprudenza: “L’addizionale provinciale alle accise sull’energia elettrica di cui all’art. 6 D.L. n. 511/1988, come modificata dall’art. 5, comma 1, D.Lgs 26/2007, va disapplicata per contrasto con l’art. 1, comma 2, Direttiva n. 2008/118/CE, per come interpretati dalla Corte di Giustizia della UE”.

Inoltre, con altra sentenza del 23.10.2019 n. 27099, la Corte di Cassazione ha ulteriormente precisato che “Il consumatore finale di una fornitura di energia elettrica sulla quale siano state addebitate le imposte addizionali, può esperire, in sede civilistica, l’ordinaria azione di ripetizione dell’indebito direttamente nei confronti dell’erogatore del servizio”.

Le ultime forniture di energia elettrica sottoposte all’imposizione fiscale per le quali si può chiedere il rimborso sono, dunque, quelle risalenti agli anni 2010/2011.

Il verdetto della Corte di Cassazione ha riacceso gli entusiasmi per la partita iniziata all’indomani dell’abrogazione della norma, soppressa – come sopra detto – con decorrenza 2012, e ha dato il via alle immediate richieste di rimborso per i titolari di utenze con non poche questioni controverse.

Una delle due citate sentenze, la n. 27099/2019, riguarda proprio il caso di un utente finale che ha visto riconosciuto effettivamente il proprio diritto a essere rimborsato da parte del venditore di energia e non dell’Ente impositore.

Secondo i Giudici di legittimità, infatti:

  • l’imposizione fiscale dell’accisa provinciale è illegittima;
  • ai soggetti obbligati al versamento dell’imposta spetta il diritto al rimborso contro la P.A. che ha riscosso il tributo;
  • ai consumatori finali spetta il diritto di rimborso contro il fornitore di energia elettrica che a suo tempo lo ha fatturato, a titolo di rivalsa prevista per legge, al consumatore finale.
  • Il modo e i tempi con i quali vanno esercitati tali i diritti da parte dei soggetti sopra indicati sono però differenti a seconda del diverso rapporto intercorrente tra loro.
  •  d. Rapporto di imposta tra Ente impositore e soggetto obbligato (fornitore o titolare cassetto fiscale)
  • d. Rapporto di rivalsa tra fornitore di energia e il consumatore finale

Pertanto:

in relazione al rapporto di imposta:

  • i soggetti obbligati al versamento avevano diritto a chiedere il rimborso all’Ente impositore entro due anni dall’abrogazione della norma in discorso (e quindi con decorrenza 2012)

in relazione al rapporto di rivalsa:

  • i consumatori finali hanno diritto ad agire per il rimborso contro il fornitore di energia elettrica entro 10 anni decorrenti dall’abrogazione della norma impositrice dell’accisa provinciale (entro l’anno 2020/2021).

Ulteriore corollario – pure evidenziato dalle sentenze citate – è il seguente:

  • nell’ipotesi in cui i fornitori di energia vengano citati in giudizio dal consumatore finale e condannati al rimborso, potranno, entro 90 giorni dal deposito della sentenza di condanna, agire a propria volta contro l’Ente impositore.

In buona sostanza, tra il venditore di energia tenuto verso il fisco per il pagamento dell’accisa intercorre un rapporto di tipo tributario, la cui normativa di riferimento prevede un termine breve di decadenza – di due anni – per avanzare la richiesta di rimborso per il tributo non dovuto o dichiarato non dovuto, come nel caso di specie.

Tra il fornitore di energia e il consumatore finale (aziende consorzi e altri titolari di utenze non domestiche) intercorre un rapporto di natura civilistica, per il quale, il diritto al rimborso si prescrive in dieci anni, decorrenti dall’abrogazione dell’imposta.

Ne consegue che ogni società consumatrice finale di energia elettrica, con consumi fino a 200.000 kWh mensili, cui siano state addebitate le imposte addizionali relative agli anni 2010/2011 può agire in sede civilistica verso la società fornitrice – con ordinaria azione di ripetizione di indebito – usufruendo di un termine più ampio di quello assegnato alla società venditrice per l’esercizio del proprio diritto di rimborso verso lo Stato.

Le società fornitrici, invece, avrebbero dovuto attivarsi subito, all’indomani dell’abrogazione della norma in discorso, entro cioè i successivi due anni dalla data del pagamento delle addizionali. Nel caso di loro condanna verso l’utente finale, avranno comunque termine di 90 giorni dal passaggio in giudicato della sentenza, per chiedere ed ottenere il rimborso non ottenuto prima.

  • Cosa succede se il fornitore di energia non può essere escusso positivamente?

La sentenza n. 27099/2019 sopra citata ha, inoltre, ricordato l’esistenza del principio di effettività (di recupero delle imposte indebitamente versate), quale generale principio di origine sovranazionale e la necessità di garantirne l’effettiva applicazione, spettando agli Stati membri la previsione di idonei strumenti per raggiungere tale scopo.

In altre parole, ha affermato la Corte Capitolina “soltanto se il rimborso risulti impossibile o eccessivamente difficile, il principio di effettività può imporre che l’acquirente del bene sia legittimato ad agire per il rimborso direttamente nei confronti delle autorità tributarie (come nel caso del fallimento del venditore deciso dalla Corte di Giustizia CGUE 27 aprile 2017, causa C-564/15).

Il fruitore dei beni può dunque ottenere il rimborso dell’imposta illegittimamente versata (esperendo nei confronti del cedente un’azione di ripetizione di indebito di rilevanza civilistica ed) eccezionalmente un’azione diretta nei confronti dell’Erario, ove venga dedotta in relazione all’azione nei confronti del fornitore la violazione del principio di effettività”.

Spetterà all’istante –sempre secondo quanto statuito dalla Suprema Corte –  allegare e dimostrare i presupposti della propria legittimazione straordinaria:

  • che il proprio fornitore, soggetto passivo legittimato a richiedere il rimborso, abbia non abbia avuto la possibilità di chiedere il rimborso e che non abbia proposto la relativa domanda oppure che sia stato condannato definitivamente e sia rimasto inadempiente.

Risulta importante quindi affidarsi agli esperti del settore per valutare bene caso pe caso.

  • Quale diritto hanno gli altri soggetti obbligati -diversi dal venditore di energia- che hanno versato l’accisa provinciale direttamente all’Ente impositore?

 Come sopra accennato, tra gli obbligati al pagamento dell’accisa in questione figurano, oltre ai fornitori di energia, i titolari di deposito fiscale dal quale avviene l’immissione in consumo (art. 4 comma 4, lettera a Testo Unico sulle accise D.Lgs. 504 26.10.1995 e successive modifiche).

Si tratta di soggetti operatori economici i quali dispongono di strutture ove custodire i prodotti nazionali e di provenienza comunitaria, in sospensione da accisa, in attesa di procedere all’attribuzione della destinazione finale al consumo. Anche per tali soggetti, quindi, il rapporto con l’Ente impositore è un rapporto di imposta, come sopra detto per i fornitori di energia.

Il diritto al rimborso di accisa illegittimamente pagata e il termine per il suo esercizio è disciplinato dall’art. 14 del TUA (testo unico accise) il quale dispone “L’accisa è rimborsata quando risulta indebitamente pagata” e il rimborso “deve essere chiesto, a pena di decadenza, entro due anni dalla data di pagamento”.

Per l’individuazione dei soggetti titolari di tale diritto, bisogna ricorrere al disposto dell’art. 19, primo comma, D.L. 30.09.1982 n. 688 – conv. in L.27.11.1982 n. 873 –  a mente del quale “chi ha indebitamente corrisposto diritti doganali (…omissis…) ha diritto al rimborso delle somme pagate quando prova documentalmente che l’onere non è stato in qualsiasi modo traferito su altri soggetti”.

Quindi, data per pacifica l’esistenza in capo a tali soggetti del diritto alla richiesta di rimborso, e la loro equiparazione ai soggetti obbligati nel rapporto di imposta con la pubblica amministrazione, ne consegue che, anche ad essi, si applica il termine biennale, con decorrenza dal momento dell’abrogazione della norma (decorrenza 2012).

Concludendo quindi, per questi soggetti – allo stato attuale – è inibita in quanto prescritta- la possibilità di richiedere il rimborso.

Viene quindi rilevato, da più parti come, in tale contesto, si sia creata una ingiusta differenziazione delle posizione degli auto produttori di energia elettrica, ovvero consorzi e/o consumatori grossisti, la cui azione (necessariamente diretta all’amministrazione finanziaria) è inibita dall’intervenuta decadenza (tali soggetti infatti – come detto – al pari del venditori di energia – devono chiedere il rimborso entro due anni) rispetto alle posizioni delle società consumatrici finali che possono invece beneficiare del più ampio termine prescrizionale (decennale) applicabile in sede civile per la ripetizione di indebito.

  • Qual è la posizione del MEF?

Per fare chiarezza sulla spinosa questione la Confindustria ha presentato un’istanza al Ministero dell’Economia e delle Finanze volta ad ottenere un intervento legislativo urgente che attribuisca alle società consumatrici di energia elettrica il diritto di agire nei confronti dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

A tale istanza il MEF ha fornito riscontro negativo in quanto l’attuale procedura amministrativa di azione di rimborso non può essere modificata.

Il MEF ha ipotizzato una possibile alternativa dichiarandola però di difficile attuazione, che preveda un sistema di ‘rimborso spontaneo da parte della società fornitrice che, poi, avrebbe la possibilità di agire a propria volta contro l’Ente impositore.

A presto con nuovi sviluppi sul tema.

Avv. Romina Zanvettor

Avv. Francesca Todeschini

Rimborso delle addizionali provinciali alle accise sull’energia: esiti delle recenti sentenze della Corte di Cassazione e posizione del MEF

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